Un critico inglese striglia il riconoscimento Unesco della cucina italiana, mentre si celebrano le ragioni profonde di un patrimonio
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Redazione Interno
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La proclamazione della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell'Unesco, un traguardo che inorgoglisce il paese, ha incontrato il risentito dissenso del critico gastronomico del Times, Giles Coren, il quale ha definito "irritante" il riconoscimento stesso. Le sue parole, che hanno sollevato non poche perplessità, descrivono un'esperienza culinaria nel nostro paese fatta di "cibo pessimo", ristoranti costosi e personale scortese, arrivando ad affermare che "gli italiani odiano gli inglesi" e indicando nella pizza l'unica scelta sicura, paragonandola a quella che si troverebbe "in America o a Wolverhampton". Un attacco diretto, che stride fortemente con le motivazioni ufficiali dell'Unesco, le quali pongono l'accento, come è noto, sulla cucina quale "modo per prendersi cura di se stessi e degli altri", sottolineandone il valore di miscela culturale e sociale unica al mondo.
La festa romana e il significato oltre il piatto
Sulle note di "Vai Italia", il riconoscimento è stato celebrato a Roma, all'Auditorium Parco della Musica, dove autorità, artisti e chef hanno condiviso l'auspicio che questo non rappresenti un punto di arrivo bensì di partenza. Terminata la festa, si apre infatti una riflessione cruciale su come vivere in modo costruttivo il processo e su quali passi intraprendere per trasformare il prestigioso sigillo in una reale opportunità per il futuro. Quantificare il ritorno effettivo di un tale riconoscimento non è semplice, soprattutto perché ciò che è stato iscritto nella lista non è una ricetta specifica o un piatto, bensì un intero sistema di valori: quel patrimonio intangibile, fatto di gesti, racconti e relazioni profonde tra cibo, territorio e stagioni, che viene trasmesso di generazione in generazione.
Un riconoscimento parallelo dal Mediterraneo
Mentre l'Italia riceveva il suo attestato, anche l'Egitto otteneva un riconoscimento gastronomico dall'Unesco, seppur per una singola preparazione: il koshary. Questo piatto, base della cucina egiziana e sempre più presente in quella vegana, è una composizione altamente energetica a base di riso, pasta, lenticchie e ceci, condita con salsa di pomodoro e cipolla croccante. La sua designazione, seppur di natura differente perché legata a una specificità, avviene in parallelo a quella italiana, a dimostrazione di come il patrimonio alimentare del bacino del Mediterraneo continui a essere oggetto di attenzione e valorizzazione internazionale.
Il valore di un gesto comunitario
Ciò che emerge con forza, al di là delle polemiche, è la sostanza culturale del riconoscimento italiano, il quale va ben al di là della mera eccellenza degli ingredienti o della tecnica. L'Unesco ha sancito ufficialmente il significato sociale del pasto, elevando a patrimonio dell'umanità la capacità, tipica della tradizione nazionale, di fare della cucina e della condivisione del cibo un atto comunitario e sostenibile. Un patrimonio che, per sua stessa natura, vive e si rigenera nella pratica quotidiana, nella trasmissione orale e in quel complesso di saperi che definiscono un vero e proprio stile di vita, rendendo il momento del pasto un rivelatore di identità e di legame con il territorio.




