Bitcoin sotto i 63mila dollari, la fuga degli etf e le liquidazioni da record mettono in ginocchio il mercato crypto

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non accadeva da febbraio, eppure la sensazione per chi osserva i grafici è quella di ripiombare in un passato che si sperava superato: Bitcoin è scivolato fino a toccare quota 61mila dollari nelle ultime ore, per poi risalire leggermente attestandosi in una fascia compresa tra i 63mila e i 64mila dollari, un tracollo che, tradotto in percentuale, significa una perdita superiore al 21% rispetto ai massimi locali di 82.800 dollari toccati poche settimane fa.

Il contraccolpo, come spesso accade in questi casi, è stato amplificato dall’effetto leva: le liquidazioni di posizioni hanno superato abbondantemente il miliardo e mezzo di dollari in un solo giorno, un dato che non si vedeva dai primi giorni dello scorso mese di febbraio. La pressione ribassista, alimentata da un clima di paura estrema e dall’abbandono degli strumenti finanziari che fino a ieri rappresentavano la principale ancora di salvezza istituzionale, sta così riscrivendo i supporti tecnici dell’intero ecosistema delle criptovalute.

L’esodo silenzioso dagli etf: quando gli istituzionali mollano la presa

Se si cerca un termometro affidabile del sentiment degli investitori professionali, lo si trova nei flussi degli Exchange Traded Fund (ETF) quotati a Wall Street. E il termometro, in queste ore, segna febbre e defezioni. Gli ETF spot su Bitcoin hanno registrato quella che molti analisti definiscono la striscia negativa più lunga dalla loro nascita: ben 13 giorni consecutivi di deflussi netti, per un totale che si avvicina ai 4,4 miliardi di dollari di capitali fuggiti dal prodotto.

A guidare questa ritirata, seppur in controtendenza rispetto al passato, è stato il gigante BlackRock con il suo iShares Bitcoin Trust (IBIT), che ha da solo coperto i tre quarti delle uscite totali, mentre Fidelity e Grayscale hanno seguito a ruota con cifre comunque rilevanti.

Questo fenomeno, spiegano gli addetti ai lavori, inverte completamente la rotta tracciata nei mesi precedenti quando i flussi positivi sembravano inarrestabili, e rivela una fragilità di fondo: quando il contesto macroeconomico si fa incerto o quando semplicemente compaiono narrative più attraenti (come l’intelligenza artificiale che sta risucchiando capitali dai mercati tradizionali), la criptovaluta resta il primo anello della catena a essere spezzato.

Il fattore Saylor e la fine di una narrazione: quella vendita che ha fatto più rumore dei numeri

In un mercato allo sbando, i simboli contano quanto i fondamentali, se non di più. E la scelta di Strategy (l’ex MicroStrategy guidata da Michael Saylor) di disfarsi di una piccola frazione delle sue colossali riserve di Bitcoin ha agito come una miccia su un campo minato. La cifra, circa 32 Bitcoin per un valore vicino ai 2,5 milioni di dollari, è irrisoria se paragonata al tesoro complessivo di oltre 843mila BTC che l’azienda custodisce nei propri caveau. Eppure, quell’operazione – la prima vendita dopo quasi quattro anni di acquisti ininterrotti – ha infranto un tabù.

La narrazione del “buy and hold” perenne, quella che aveva trasformato Saylor in una sorta di icona della fede incrollabile verso l’asset, si è incrinata. Gli analisti di Santiment hanno notato come il dibattito social sia progressivamente virato: finite le speculazioni immediate sulle tensioni in Medio Oriente (pur presenti e pesanti sull’umore generale), il capro espiatorio è diventato proprio quello che fino a ieri era considerato il massimo difensore della finanza decentralizzata.

La sua virata, sebbene infinitesimale nelle quantità, ha legittimato la paura di chi temeva una resa dei conti anche tra le fila dei cosiddetti "veterani".

Record di liquidazioni e volatilità: il mercato delle opzioni non lascia scampo

Le ripercussioni quantitative di questo crollo si misurano non solo sul prezzo spot, ma soprattutto sul fronte dei derivati, dove la leva finanziaria ha agito da moltiplicatore del disastro. Nelle ultime 24 ore sono stati liquidati oltre 1,8 miliardi di dollari di posizioni, con i trader che avevano scommesso sul rialzo (i cosiddetti "long") a subire la quota maggiore del danno, lasciando sul campo oltre un miliardo di dollari.

La brutalità del movimento ha spinto l'indice di volatilità implicita a 30 giorni verso quota 53, il livello più alto dall'inizio di aprile, mentre il volume di scambio sugli ETF ha toccato picchi stratosferici (basti pensare che il solo IBIT di BlackRock ha raggiunto i 10 miliardi di dollari di scambi giornalieri), un segnale, questo, di una partecipazione massiccia ma chiaramente orientata alla dismissione.

L’RSI giornaliero, spinto fino a valori prossimi a 19, certifica una condizione di ipervenduto da manuale, ma sul mercato la regola aurea recita che si può rimanere ipervenduti molto più a lungo di quanto un trader possa rimanere solvibile.

La sfida dei supporti: il muro dei 60mila dollari come ultima trincea

Con il prezzo che ora oscilla appena al di sopra dei 62mila dollari, l’attenzione degli operatori si è spostata su un livello psicologico e tecnico ben preciso: la soglia dei 60mila dollari. Sotto questo valore, infatti, si profila l’abisso della media mobile a 200 settimane, un indicatore di lungo periodo che storicamente ha rappresentato una solida zona di accumulo nei mercati ribassisti.

La violazione di quel sostegno, avvertono i tecnici, spalancherebbe le porte a target decisamente più bassi, forse nell’area tra i 52mila e i 45mila dollari, dove l’ultima vera impalcatura di domanda potrebbe rivelarsi troppo debole per reggere l’urto. La contraddizione, tipica di queste fasi, è che mentre la liquidazione forzata spazza via le posizioni più deboli e la paura raggiunge il parossismo, i primi segnali di un’inversione potrebbero essere proprio lì, celati in un eccesso di ribasso che pochi hanno il coraggio di chiamare "opportunità".

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