Bitcoin sotto i 63mila dollari, l’incubo delle liquidazioni e la paura che torna nei mercati crypto
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Redazione Economia
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Non si intravedeva un血 così rosso sui monitor degli exchange da quel lontano febbraio, quando il mercato, allora, sembrava aver assorbito chissà quale shock. Oggi, invece, il Bitcoin è scivolato fino a toccare quota 63.000 dollari – per la precisione, sfiorando anche i 61.000 in alcuni momenti di maggiore panico – prima di tentare un timido riassestamento tra quota 63mila e 64mila. Una perdita, questa, che supera il 21% rispetto ai massimi locali di 82.
800 dollari toccati poche settimane fa; un contraccolpo violento che ha spazzato via, in un solo giorno, la bellezza di 1,83 miliardi di dollari in liquidazioni, un dato che non si registrava così negativo dallo scorso 6 febbraio.
La fuga silenziosa degli Etf e il macigno Mt. Gox
Se il prezzo crolla, a tenere banco tra gli addetti ai lavori è però il comportamento degli investitori istituzionali, quelli veri, quelli che muovono i capitali a nove zeri. Gli Exchange Traded Fund (ETF) spot di Bitcoin quotati negli Stati Uniti hanno registrato il tredicesimo giorno consecutivo di deflussi: l’ennesima spia di un appetito che si è improvvisamente inaridito.
Una fuga che, stando alle ricostruzioni degli analisti, sarebbe stata innescata da un effetto domino partito dalle mosse di Strategy – la società di Michael Saylor, che ha venduto una parte (seppur minima, circa 2,5 milioni di dollari) delle sue colossali riserve – e alimentata, poi, dallo spettro delle liquidazioni legate al fallimento del exchange Mt. Gox. Una combinazione letale, insomma, che ha trasformato la cautela in una vera e propria resa dei conti.
Segnali di ipervenduto e la zona dei 60mila dollari
In questo mare di rosso, c’è però chi prova a leggere la tela sottostante alla caduta. Osservando l’RSI (l’indice di forza relativa) sceso a 19 – un livello che, di solito, fa scattare il campanello d’allarme dell’ipervenduto – molti specialisti intravedono un esaurimento della pressione ribassista, almeno sul breve periodo. Non solo. La volatilità implicita a 30 giorni è volata ai massimi dallo scorso aprile, con l’indice della paura (il BVIV) schizzato a 53,17 a indicare che il mercato si aspetta scossoni, ma anche che la peggio potrebbe essere passata.
Geoffrey Kendrick, analista di punta di Standard Chartered, è stato chiaro: secondo il suo ramo di osservazione, siamo vicini al bottom. Se a febbraio era decisamente più bearish, oggi l’esperto invita a considerare la forbice tra 62 e 63mila dollari come una "zona d’acquisto".
Le tensioni geopolitiche e l’effetto Iran
A gettare ulteriore benzile sul fuoco – o, per meglio dire, a gelare ulteriormente gli animi – ci hanno pensato le rinnovate tensioni in Medio Oriente. Il prezzo del Bitcoin è scivolato ai minimi proprio dall'inizio del conflitto con l'Iran, dimostrando – qualora ce ne fosse ancora bisogno – la sensibilità della criptovaluta madre agli scenari di guerra e al sentiment generale di avversione al rischio. Un crollo che ha riportato la quotazione sui livelli precedenti allo scoppio delle ostilità, vanificando di fatto la corsa rialzista della tarda primavera.
Il supporto psicologico e tecnico dei 60mila dollari, ora, viene visto come l’ultimo argine prima di un’eventuale, ulteriore, discesa verso i 50mila dollari, un livello che qualcuno – come l’analista Paul Howard – ha già iniziato a menzionare come possibile fondo per l’anno in corso.




