Il Pd e la mobilitazione per il No, tra i dubbi sulla riforma e le polemiche che agitano la campagna referendaria
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Redazione Interno
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Mancano ormai pochissimi giorni all’appuntamento con le urne, quelle del 22 e 23 marzo, quando i cittadini saranno chiamati a esprimersi sul referendum che riguarda l’assetto della giustizia, e il Partito Democratico stringe le maglie della propria mobilitazione territoriale con l’obiettivo di contrastare quella che viene definita una modifica dannosa per l’equilibrio costituzionale. La segreteria comunale del Pd di Lucca, in una nota diffusa in queste ore, ha voluto ribadire con forza le ragioni del proprio dissenso, sottolineando come il meccanismo del sorteggio per i componenti del Consiglio Superiore della Magistratura rappresenti una ferita profonda al principio della suddivisione dei poteri, un pilastro, questo sì, fondamentale del nostro ordinamento repubblicano e della stessa democrazia. L’allarme, del resto, non è circoscritto alla sola realtà lucchese, ma attraversa come un brivido l’intero dibattito politico nazionale, trovando nella segretaria dem Elly Schlein una delle voci più attive e presenti sul campo. La leader, del resto, è intervenuta più volte nel corso degli ultimi appuntamenti della campagna per il No, da Napoli a Roma, per spiegare nei dettagli le criticità di un provvedimento che, a suo giudizio e in quello dei suoi alleati di coalizione, non solo non risolverebbe le annose problematiche della macchina giudiziaria, ma finirebbe per subordinare il ruolo dei giudici al volere dell’esecutivo.
Nel corso dell’iniziativa napoletana, che ha visto una partecipazione consistente di militanti e simpatizzanti nella suggestiva cornice della Stazione Marittima, la Schlein ha voluto puntare il dito contro quella che lei stessa ha definito una volontà precisa del governo, quella cioè di poter scegliere, indirettamente, chi deve esercitare la funzione giurisdizionale, magari a seconda che le decisioni prese dai magistrati siano o meno gradite alla politica. Non si tratta, ha proseguito la segretaria, di un problema astratto, bensì di un attacco concreto a quel limite che i costituenti hanno voluto porre a tutela di tutti i cittadini, ossia che anche chi governa, in democrazia, deve poter essere sottoposto a un controllo di legalità. La riforma in oggetto, secondo questa lettura, non velocizzerebbe i processi e non stabilizzerebbe i precari, limitandosi a spaccare e a sorteggiare il Csm, con l’effetto, tutt’altro che secondario, di indebolire l’indipendenza della magistratura. E non è mancato, in questo tour de force oratorio, un passaggio pungente rivolto al governo e alla sua maggioranza: la Schlein ha ricordato come il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, avesse lanciato un appello per un confronto alto e costruttivo, un appello che, a suo avviso, è stato del tutto ignorato dalla destra, più concentrata a perseguire un disegno politico che a migliorare davvero la giustizia per i cittadini.
La campagna referendaria, però, non è fatta solo di comizi e di analisi giuridiche, ma anche di episodi che ne infiammano il clima, e uno di questi riguarda direttamente il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, figura di spicco di Fratelli d’Italia e sostenitore della riforma. La segretaria del Pd, in una nota particolarmente dura diffusa nelle ultime ore, ha chiesto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di intervenire con chiarezza e senza indugi sulla vicenda che vede coinvolto il suo sottosegretario, legata a una singolare operazione societaria. La Schlein ha sottolineato come sia quantomeno sorprendente la disinvoltura con cui Delmastro, che tra l'altro ha già una condanna per aver rivelato informazioni coperte da segreto, si sia recato da un notaio insieme ad altri esponenti del suo partito per fondare una società di ristorazione con una ragazza di appena diciotto anni, figlia peraltro di un uomo già condannato per mafia in quanto prestanome del clan Senese. L’opposizione, in questo caso, pretende che la premier non aspetti il voto per prendere posizione, ma lo faccia immediatamente, per difendere la dignità delle istituzioni e non i propri sodali. Una richiesta, questa, che è stata rilanciata con forza anche dal presidente del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, il quale ha invitato Meloni a far dimettere il sottosegretario, parlando di un’insopportabile mancanza di trasparenza.




