La tempesta perfetta del caro-materiali mette in ginocchio i cantieri del Pnrr
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Redazione Economia
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Non è solo un’ondata passeggera di rialzi, ma una marea montante che, in un quinquennio segnato dalla pandemia e da politiche fiscali espansive, ha portato il costo del rame a schizzare del 65%, quello del bitume del 49% e l’acciaio a segnare un più 30%, numeri che, se letti sul conto economico di un’impresa, si traducono in perdite insostenibili e nell’impossibilità di portare a termine le commesse senza adeguamenti contrattuali. L’allarme, lanciato con forza dalle associazioni di categoria in varie regioni, dipinge uno scenario nazionale a macchia di leopardo, dove migliaia di cantieri — molti dei quali finanziati con fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza — rischiano il blocco o rallentamenti drammatici, perché vincolati a prezzi fissi non aggiornabili nonostante l’impennata dei costi delle materie prime, una condizione che, in mancanza di ristori tempestivi e di coperture finanziarie certe, sta spingendo molte aziende verso il baratro.
L'emergenza in Lombardia e a Milano
In Lombardia, dove secondo i dati più recenti sono attivi oltre millenovecento cantieri per un valore complessivo che supera gli undici miliardi di euro, la situazione è descritta come particolarmente critica. L’associazione che rappresenta le imprese edili regionali ha denunciato pubblicamente non solo i ritardi, considerati pesanti, nei pagamenti dei ristori già previsti, ma anche l’assenza totale di stanziamenti che possano coprire il fabbisogno per il prossimo anno e per quello successivo, un vuoto di programmazione che, di fatto, condanna le imprese a operare in un clima di incertezza assoluta. Senza la possibilità di adeguare i prezzi, opere pubbliche e private — alcune delle quali cruciali per la riqualificazione del territorio — sono quindi esposte al concreto pericolo di paralisi, con effetti a catena sull’occupazione e sulla capacità di spesa dei fondi europei.
La situazione in Piemonte e in Toscana
Un quadro analogo, seppur con numeri differenti, emerge dalle analisi condotte in altre regioni, come il Piemonte e la Toscana, dove il fenomeno assume contorni altrettanto allarmanti. Oltre ottocento cantieri risultano infatti a rischio nella regione toscana, per un importo complessivo di quasi sei miliardi di euro, mentre in Piemonte si parla di oltre ottocentoventi attività in bilico. Molte di queste, è bene sottolinearlo, sono legate direttamente al Pnrr, il cui successo si misura proprio sulla capacità di realizzare le infrastrutture e gli interventi previsti nei tempi stabiliti, un obiettivo che appare sempre più compromesso dalla forbice tra costi pianificati e costi reali. La mancanza di meccanismi flessibili di adeguamento, in un contesto economico volatile e segnato da tensioni geopolitiche — come le politiche commerciali dell’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che influenzano i mercati globali — aggrava ulteriormente la posizione dei contractor.
Le implicazioni per il settore
Il settore delle costruzioni, che pure aveva beneficiato in passato di provvedimenti come i bonus edilizi, si trova ora a navigare in acque pericolose, dove la sopravvivenza stessa di molte imprese, specialmente quelle di medie e piccole dimensioni, è in discussione. Il problema, dunque, non è circoscritto alla mera contabilità di cantiere, ma investe la tenuta di un comparto strategico per l’economia e per la realizzazione degli investimenti pubblici. Le segnalazioni delle associazioni, del resto, non contengono giudizi politici, ma espongono dati fattuali e numeri precisi, chiedendo interventi urgenti per scongiurare un danno irreparabile al sistema-paese, che rischierebbe di vanificare gli sforzi di ripresa e di lasciare incompiute opere fondamentali per la collettività.




