Verona, le immagini delle telecamere nascoste e quel nido dove i bambini venivano strattonati, legati alle seggioline e chiusi al buio
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Redazione Interno
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Cinquecento ore di riprese, forse di più, centinaia di videoregistrazioni esaminate dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile insieme ai colleghi della Stazione di Verona Principale - supporto tecnico del Nas di Padova - hanno trasformato un sospetto in un’ipotesi di reato formalizzata dal gip presso il Tribunale di Verona. L’indagine, che affonda le sue radici nel dicembre del 2025, nasce dalla segnalazione di una tirocinante; la giovane, che aveva operato per alcune settimane all’interno di un asilo nido privato del centro cittadino, aveva riferito episodi che, a suo dire, oltrepassavano la soglia della semplice scorrettezza professionale. Da lì, la decisione della Procura della Repubblica, retta dal procuratore Raffaele Tito, di autorizzare l’installazione di impianti di video sorveglianza occulta. Gli occhi elettronici, posizionati dai militari, non hanno fatto che registrare, giorno dopo giorno, una sequela di condotte che ora la magistratuta valuterà nelle opportune sedi.
Le bobine, una volta acquisite e visionate, restituiscono un racconto cadenzato da gesti secchi, scatti d’ira, sistematiche privazioni. I bambini - tutti di età compresa tra i nove mesi e i tre anni, dunque nella fase più vulnerabile dello sviluppo psicofisico - venivano spostati dalle educatrici con strattonamenti, tirati per un braccio o per i capelli, talvolta trascinati letteralmente sul pavimento. Durante i pasti, alcuni piccoli venivano assicurati alle seggioline con modalità che nulla avevano a che fare con la sicurezza; piuttosto, emerge l’ipotesi di una contenzione fine a sé stessa, una punizione somministrata per aver magari pianto o non aver voluto mangiare. E ancora, schiaffi, scappellotti, pizzicotti al e al volto, grida, minacce verbali. In un frammento video, gli investigatori hanno osservato una maestra scagliare una seggiolina contro il muro, per poi avvicinarsi a una bambina e infilarle il ciuccio in bocca con forza, accompagnando il gesto con l’offerta - quasi obbligata - di un peluche.
Lo sgabuzzino trasformato in camera di punizione e le seggioline che volano
Tra gli episodi che gli inquirenti ritengono maggiormente significativi, sotto il profilo indiziario, vi è la documentazione relativa a una bambina costretta a riposare in uno sgabuzzino buio. Non un angolo appartato della sezione, non un momento di pausa in un ambiente comunque luminoso e rassicurante, ma un locale chiuso, verosimilmente adibito a ripostiglio, nel quale la piccola veniva lasciata dormire. Alle condotte violente, o presunte tali, si affiancano contestazioni che attengono al versante igienico-sanitario; i carabinieri del Nas, nella loro attività di consulenza, hanno evidenziato come i bambini non venissero puliti adeguatamente dopo i bisogni fisiologici, restando sporchi di urina, e come i materassini e la biancheria venissero calpestati con le scarpe o gettati direttamente sul pavimento. Un ciuccio caduto in bagno, raccolto e restituito a un bambino senza alcuna sanificazione, costituirebbe, secondo gli atti, l’emblema di una sistematica incuria.
Sigilli alla struttura e la misura interdittiva per le cinque educatrici
La risposta cautelare del giudice per le indagini preliminari si è articolata su due livelli distinti ma complementari. Il primo, di natura reale, riguarda il sequestro probatorio dell’immobile che ospita l’asilo nido; i sigilli apposti bloccano ogni attività educativa e consentono agli inquirenti di procedere con accertamenti tecnici, rilievi e acquisizione documentale senza il rischio che elementi utili alla ricostruzione dei fatti vadano dispersi. Il secondo, di natura personale, ha colpito cinque educatrici, tutte destinatarie della misura interdittiva del divieto temporaneo di esercizio della professione per la durata di un anno. Le donne, le cui generalità non sono state rese note, non possono dunque insegnare né operare in alcun contesto educativo, pubblico o privato, fino a nuova determinazione dell’autorità giudiziaria. La scelta del gip, pur nella gradualità che caratterizza la fase delle indagini preliminari, intende troncare sul nascere qualsivoglia prosecuzione delle condotte contestate.
L’invito del procuratore e il prosieguo degli accertamenti
Il procuratore Raffaele Tito, attraverso una nota diffusa nelle stesse ore in cui i carabinieri eseguivano i provvedimenti, ha dichiarato che la magistratura e l’Arma restano a disposizione dei genitori; un passaggio, questo, che lascia intendere come il fronte investigativo non sia affatto chiuso. Gli inquirenti, pur avendo già acquisito un imponente compendio video - centinaia di file per complessive migliaia di ore di registrazione - non escludono che possano emergere ulteriori episodi, magari riconducibili ad altre educatrici o a condotte diverse rispetto a quelle già catalogate. I genitori dei bambini iscritti all’asilo, alcuni dei quali hanno già sporto querela, vengono invitati a collaborare attivamente; i loro racconti, incrociati con le immagini e con le risultanze delle ispezioni del Nas, potrebbero aiutare a definire con maggiore precisione il perimetro temporale e soggettivo della vicenda. L’asilo, ora sigillato, rimarrà inaccessibile fino a quando il gip non valuterà cessate le esigenze probatorie. L’intera comunità professionale degli educatori della prima infanzia, va da sé, osserva con apprensione lo sviluppo di una storia che getta un’ombra lunga su una categoria - quella degli insegnanti di nido - che opera quotidianamente con dedizione e competenza.




