Il fiscal drag vale 35,4 miliardi: inflazione gonfia il gettito Irpef nel quadriennio 2026-2029

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’inflazione tornata a correre dopo la fiammata del 2022-23 sta esercitando una doppia pressione sui conti pubblici italiani. Da un lato gonfia le uscite, perché spinge verso l’alto le spese per pensioni, assegno unico, acquisti della Pubblica amministrazione e interessi sul debito. Dall’altro, però, offre ossigeno alle entrate fiscali, alimentando il gettito di Iva e Irpef attraverso un meccanismo che gli esperti chiamano fiscal drag, ovvero drenaggio fiscale.

Il motore del gettito aggiuntivo

Secondo le stime del ministero dell’Economia e delle Finanze, il fiscal drag produrrà complessivamente 35,4 miliardi di euro nel quadriennio 2026-2029. La distribuzione annuale del fenomeno segue una progressione precisa: 4,4 miliardi quest’anno, 3,4 miliardi nel 2027, 2,4 miliardi nel 2028 e 2,8 miliardi nel 2029. Il meccanismo cumulativo amplifica l’effetto, perché il gettito di ogni anno si ripete in quelli successivi: i 4,4 miliardi del 2026 tornano anche nel 2027, nel 2028 e nel 2029, e così via per le annualità seguenti.

Come funziona la “tassa invisibile”

Il drenaggio fiscale non è un aumento esplicito delle aliquote, ma una conseguenza indiretta della struttura progressiva dell’Irpef combinata con l’assenza di un meccanismo automatico di indicizzazione degli scaglioni e delle detrazioni. Quando i redditi nominali crescono per inseguire il costo della vita, una parte dell’aumento può finire nelle casse dello Stato attraverso aliquote marginali più elevate o la riduzione di detrazioni e bonus. Il potere d’acquisto del contribuente non migliora, ma il prelievo fiscale sì.

È quello che gli addetti ai lavori definiscono una “tassa occulta”, che colpisce in modo particolare lavoratori dipendenti e pensionati, cioè le categorie i cui redditi sono soggetti alla progressività dell’Irpef.

Gettito già contabilizzato, nessuna copertura per nuove misure

Un aspetto cruciale del fenomeno riguarda la sua ricaduta sui saldi di finanza pubblica. Le maggiori entrate da fiscal drag entrano nei tendenziali, cioè nei livelli di deficit e debito a legislazione vigente calcolati nel Documento di finanza pubblica approvato dalle Camere. Questo significa che i 35,4 miliardi del quadriennio sono già contabilizzati e non possono essere utilizzati come copertura per nuove misure di spesa o ulteriori tagli fiscali.

Una quota dell’aumento del 9,3 per cento atteso dalle imposte dirette tra quest’anno e il 2029 arriva proprio dal drenaggio fiscale, che nel calcolo della traiettoria di spesa netta concordata con l’Unione europea gioca un ruolo chiave.

Gli interventi della legge di Bilancio 2026

Il governo è intervenuto sulla struttura dell’Irpef con la legge di Bilancio 2026, riducendo dal 35 al 33 per cento l’aliquota del secondo scaglione, quello compreso tra 28.000 e 50.000 euro. La misura vale circa 3 miliardi di euro e amplia la platea dei beneficiari a 13,6 milioni di contribuenti, con un beneficio medio annuo di 218 euro e un massimo di 440 euro. Per i redditi superiori a 200.000 euro è prevista una clausola di neutralizzazione che riduce di 440 euro la detrazione dall’imposta lorda.

Sul fronte dei rinnovi contrattuali, è stata introdotta un’imposta sostitutiva del 5 per cento sugli incrementi retributivi corrisposti nel 2026 ai lavoratori dipendenti privati con reddito non superiore a 33.000 euro, in attuazione di contratti sottoscritti nel triennio 2024-2026. I premi di risultato beneficiano invece di un’aliquota agevolata all’1 per cento fino a 5.000 euro annui per il biennio 2026-2027.

Effetti distributivi e categorie più esposte

L’impatto del drenaggio fiscale non è uniforme tra i contribuenti. A essere maggiormente penalizzati sono i redditi medio-bassi, quelli più sensibili anche a piccoli aumenti nominali che possono far scattare l’applicazione di aliquote più elevate o l’erosione delle detrazioni. I lavoratori autonomi che rientrano nel regime forfettario sono in gran parte immuni dal fenomeno, perché la flat tax non è progressiva.

Il meccanismo colpisce invece in modo strutturale chi percepisce redditi da lavoro dipendente o da pensione, categorie per le quali gli aumenti contrattuali o le rivalutazioni degli assegni rischiano di trasformarsi in un prelievo aggiuntivo anziché in un recupero reale di potere d’acquisto.

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