Ilaria Sula, la madre di Mark Samson in aula: «Ho visto il sangue, ho pulito tutto. Pensavo a mio figlio»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si è aperto uno dei capitoli più dolorosi e, al contempo, rivelatori, nell'ambito del processo che vede Mark Antony Samson imputato per l'omicidio dell'ex fidanzata Ilaria Sula, la giovane di 22 anni uccisa con tre coltellate al collo nel marzo dell'anno scorso all'interno dell'appartamento di via Homs, nel quartiere Africano di Roma. Nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, davanti ai giudici della terza sezione della Corte d’Assise, è stata ascoltata Nors Manlapaz, la madre del reo confesso, una donna che ha già patteggiato una pena a due anni per concorso in occultamento di cadavere aggravato dal nesso teleologico e che oggi ha scelto di rispondere alle domande dei magistrati, offrendo una ricostruzione cruda e dettagliata delle ore immediatamente successive al delitto.

Il racconto della donna, che in aula ha più volte mostrato segni di cedimento emotivo, si è concentrato sulla mattina del 26 marzo, quando, dopo aver sentito il figlio preparare il caffè con due tazzine – particolare, questo, che lei stessa ha interpretato come la conferma della presenza di Ilaria – la situazione è rapidamente degenerata. Manlapaz ha riferito di aver origliato una discussione, poi delle urla, e di aver bussato più volte alla porta della stanza, ricevendo come unica risposta un secco invito ad aspettare da parte di Mark. Quando finalmente l'uscio si è aperto, la scena che le si è parata davanti era agghiacciante: il figlio in lacrime, scosso da tremiti, e il di Ilaria riverso a terra, riverso a faccia in giù, con i piedi scoperti e una pozza di sangue che si allargava intorno al capo.

«Gli dissi di togliere almeno il grosso»: la confessione e la pulizia della scena

La deposizione della madre ha assunto toni ancora più gravi nel momento in cui ha descritto la propria reazione di fronte a quell'orrore. Svenuta alla vista del senza vita, una volta ripresa, la donna non ha chiamato i soccorsi né ha allertato le forze dell'ordine. Al contrario, ha assecondato le richieste del figlio, che, con lucidità, le ha chiesto di procurargli una valigia e di uscire per acquistare detersivi e buste di plastica. "Lui ha usato dei fazzoletti di carta per pulire il sangue – ha raccontato Manlapaz rispondendo alle sollecitazioni della pm Maria Perna – e io gli ho dato dei vestiti vecchi perché li usasse come stracci. Ricordo di avergli detto, testualmente: 'Basta che hai levato il grosso'". Una frase, questa, che fotografa in modo inequivocabile la volontà della donna di contribuire materialmente a cancellare le tracce del femminicidio, anteponendo la protezione del figlio a qualsiasi dovere morale e civile.

La gelida normalità del figlio e il messaggio della sera prima

Dalla narrazione della madre è emerso anche un ritratto agghiacciante della condotta di Mark Samson nelle ore che hanno preceduto e seguito l'omicidio. La sera prima del delitto, Manlapaz ha riferito di aver ricevuto un messaggio dal figlio nel quale le intimava di non entrare nella sua stanza, spiegando di doversi "concentrare". Un avvertimento che lei ha detto di aver rispettato, tanto da rinunciare a ritirare dei panni stesi fuori dalla finestra, compito che Mark si era offerto di svolgere personalmente. Il giorno dopo, nonostante la violenza appena consumata, l'atteggiamento del giovane è parso inizialmente normale, se non affettuoso, quando le ha preparato la colazione.

Solo in un secondo momento, dopo che la madre aveva già ripulito la stanza, Samson le avrebbe confidato, in un misto di italiano e tagalog, la lingua filippina, che "Ilaria non c'è più" e che "mi ha tradito", aggiungendo una frase dal significato sinistro: se non fosse morta lei, sarebbe morto lui. Dichiarazioni che, nella loro stringatezza, confermano la premeditazione e la gelida determinazione che i magistrati della procura di Roma, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini, contestano al 24enne, accusato di omicizio volontario aggravato dalla premeditazione, dai futili motivi e dalla relazione affettiva, nonché di occultamento di cadavere.

«Mi dispiace, ma ho pensato prima a mio figlio»: lo sfogo dei genitori di Ilaria

Al termine della deposizione, durata diverse ore e segnata da una forte tensione emotiva che ha portato più volte i familiari della vittima a uscire dall'aula, Nors Manlapaz ha tentato un approccio con i genitori di Ilaria. La donna ha chiesto di potersi avvicinare a loro, forse per porgere delle scuse, ma ha trovato di fronte a sé soltanto il diniego silenzioso di Flamur e Gezime Sula, che hanno scosso la testa, rifiutando qualsiasi contatto. "Mi dispiace tanto per i genitori di Ilaria – aveva dichiarato la madre di Samson poco prima in aula – ma avevo paura e ho pensato prima a mio figlio".

Una motivazione che stride con la richiesta di giustizia dei genitori della giovane, i quali, a margine dell'udienza, hanno espresso senza filtri tutto il loro sgomento e la loro rabbia. "Perché quando ha sentito Ilaria urlare dalla stanza di Mark non è intervenuta? – hanno chiesto i due genitori, assistiti dall'avvocato Giuseppe Sforza – Perché, quando il figlio ha aperto la porta e lei ha visto il, non ha chiamato la polizia? Magari Ilaria era ancora viva e si sarebbe potuta salvare. Invece non l'ha fermato". Domande destinate a rimanere senza risposta, mentre il processo prosegue: la prossima udienza è fissata per il 17 marzo, quando sarà la volta dell'interrogatorio di Mark Antony Samson, chiamato a rispondere delle accuse che gli vengono mosse.

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