La morte di Pippo Di Marca, il volo dal terrazzo di Trastevere e il biglietto d'addio: «Scusate, non ce la faccio più»
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Redazione Interno
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Si è chiusa nel modo più tragico, e inaspettato per chiunque lo avesse incrociato per strada o sul palcoscenico, la parabola terrena di Pippo Di Marca, una delle figure più originali e radicali del teatro italiano d'avanguardia. L'attore e regista, 86 anni, è morto nella mattinata del 21 luglio dopo essere precipitato nel vuoto dal terrazzo della sua abitazione al quarto piano di via San Francesco a Ripa, nel cuore del quartiere Trastevere a Roma, gettando nello sgomento i residenti e lasciando una scia di dolore tra i familiari e il mondo della cultura.
Le prime ricostruzioni, ancora al vaglio degli inquirenti, sembrano escludere la pista dell'omicidio per concentrarsi su due ipotesi distinte: quella di una caduta accidentale oppure, come lascerebbe intendere il contenuto di un biglietto rinvenuto nell'appartamento, quella di un gesto volontario maturato nel silenzio di una malattia che, stando alle testimonianze raccolte, lo avrebbe ormai segnato in maniera profonda e inesorabile.
La dinamica e il ritrovamento del biglietto
La giornata si è aperta con la drammatica scoperta intorno alle 8.20, quando il corpo senza vita dell'artista è stato notato sui sanpietrini di via San Francesco a Ripa, davanti al palazzo dove abitava. Sul posto sono prontamente intervenuti gli agenti del commissariato Trastevere e i sanitari del 118, ma per Di Marca, il cui decesso è stato immediato, non c'era ormai più nulla da fare.
La polizia scientifica ha provveduto a effettuare i rilievi del caso, mentre l'area è stata transennata per consentire le operazioni di soccorso e per tenere lontani i curiosi, in un contrasto stridente con la vita che scorreva a pochi metri di distanza.
Secondo quanto riferito dalla dirigente del commissariato, Angela Losacco, non sussisterebbero elementi che possano far pensare a un coinvolgimento di terzi; le indagini si stanno quindi concentrando sulla ricostruzione della dinamica della caduta, ascoltando testimoni e raccogliendo elementi utili a chiarire se si sia trattato di una tragica fatalità o di un atto deliberato.
A fugare ogni dubbio sulla natura del gesto, o almeno a porgere un agghiacciante indizio in quella direzione, è stata la scoperta, all'interno dell'abitazione, di un biglietto che Di Marca avrebbe lasciato ai propri cari. Il contenuto del messaggio, riportato da diverse fonti, sarebbe chiaro nella sua tragica essenzialità: «Scusate, non ce la faccio più: non è questa la vita che voglio».
Un'altra versione dello stesso biglietto, diffusa da fonti vicine all'inchiesta, riporta le parole «Sono malato, non ce la faccio più», un riferimento esplicito alle condizioni di salute che lo avrebbero fiaccato e condotto a una scelta estrema. La compresenza della moglie e del figlio nell'appartamento al momento del gesto ha reso la tragedia ancora più insondabile e dolorosa per i familiari, i quali hanno dovuto confrontarsi con l'ultimo, incomprensibile saluto dell'artista.
Il padre del Meta-Teatro e l'omaggio a Carmelo Bene
La scomparsa di Di Marca non è solo una perdita per la sua famiglia e per i suoi amici più stretti, ma rappresenta un lutto profondo per l'intera scena teatrale italiana, della quale era stato uno degli sperimentatori più instancabili e visionari. Figlio della Sicilia, nato a Catania, aveva scelto Roma come palcoscenico per la sua ricerca, diventando fin dagli anni Sessanta un protagonista indiscusso della neoavanguardia, in un'epoca in cui artisti del calibro di Carmelo Bene, Leo De Berardinis e Julian Beck stavano rivoluzionando il concetto stesso di rappresentazione scenica.
La sua poetica, che lui stesso definiva «Meta-Teatro», non si limitava a mettere in scena un copione, ma mirava a creare un'esperienza totale, un territorio di frontiera dove parola, corpo, immagine e pensiero potessero incontrarsi e fondersi in una continua sfida ai canoni tradizionali.
Il suo percorso artistico, iniziato nel 1969 al Teatro La Fede con Giancarlo Nanni e proseguito con la regia di Evento-Collage n. 1 nel 1971, si è sviluppato attraverso collaborazioni e scambi con i grandi maestri del suo tempo, mantenendo sempre una cifra stilistica inconfondibile, capace di attingere a piene mani dalla letteratura, dalle arti visive e dalla filosofia.
Tra i suoi riferimenti principali spiccano Isidore Ducasse, il Conte di Lautréamont, e Marcel Duchamp, ai quali dedicò spettacoli come Il conte di Lautréamont rappresenta i Canti di Maldoror e un intero ciclo di lavori intitolato Omaggio a Duchamp. E proprio in memoria di quegli anni e del suo sodalizio con Bene, meno di due mesi prima della sua morte, a maggio, aveva portato in scena a Pescara lo spettacolo Essere o non essere, un omaggio sentito e sofferto all'amico e maestro scomparso, che molti hanno interpretato come un ultimo, intenso saluto alla scena.
L'ultimo Andreotti e il vuoto di Trastevere
Per il grande pubblico, il volto di Pippo Di Marca è rimasto impresso nella memoria collettiva soprattutto per la sua interpretazione in un ruolo lontano dalle avanguardie teatrali, ma di straordinaria potenza espressiva: quello di Giulio Andreotti nel film Il traditore di Marco Bellocchio, pellicola del 2019 che ha ripercorso la vita del pentito Tommaso Buscetta. In quella pellicola, la sua figura di statista, interpretata con un'aura cupa e ambigua, è stata apprezzata da critica e pubblico, consegnandolo a una popolarità che la sua carriera underground non gli aveva mai regalato.
Tuttavia, il suo cuore e la sua anima sono sempre rimasti ancorati al teatro, alla ricerca incessante di un linguaggio nuovo, un impegno che lo ha portato a scrivere numerosi saggi e a dirigere fino all'ultimo, nonostante l'avanzare dell'età e della malattia.
La notizia della sua morte ha colpito come un pugno allo stomaco i residenti di Trastevere, molti dei quali lo conoscevano e lo salutavano quotidianamente. Nel silenzio rotto solo dal rumore del traffico, i volti sconvolti dei vicini si contrapponevano all'indifferenza dei turisti che, incuranti del dramma appena consumatosi, continuavano a fare colazione nei bar poco distanti, a pochi passi dal corpo coperto da un lenzuolo termico.
La scena, surreale e crudele, ha raccontato più di mille parole la solitudine di un gesto estremo e la distanza tra la vita di un quartiere e la fretta di chi lo attraversa solo per pochi giorni. Come Memè Perlini prima di lui, Pippo Di Marca ha scelto di andarsene all'alba, in un mattino di luglio che per il teatro italiano resterà a lungo segnato da un profondo, incolmabile vuoto.




