L'ironia dell'intelligenza artificiale: quando i chatbot non riconoscono i video creati da Sora
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Redazione Scienza e Tecnologia
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La diffusione di video generati dall'intelligenza artificiale, ormai impercettibili a un primo sguardo distratto, costituisce una sfida crescente per la percezione della realtà online. Ci si imbatte, scorrendo i feed dei social network, in contenuti che spaziano dal comico al drammatico, i quali, privi delle dovute etichette identificative, circolano indisturbati come fossero autentici. Il fenomeno, lontano dall'essere una semplice curiosità tecnologica, ha assunto proporzioni rilevanti: secondo alcune stime, una quota significativa – forse fino a un quinto – del materiale virale a breve formato sarebbe di origine sintetica.
Un test che rivela una vulnerabilità sistemica
La società di monitoraggio NewsGuard ha recentemente sottoposto a verifica alcune delle piattaforme di intelligenza artificiale conversazionale più popolari, chiedendo loro di discernere la natura di video prodotti da Sora, il potentissimo modello di generazione video sviluppato da OpenAI. Il risultato dell’indagine, a dir poco paradossale, ha evidenziato una lacuna preoccupante: una volta rimosso il watermark digitale, quei sistemi che sono alla base della rivoluzione sintetica faticano a riconoscere il proprio stesso prodotto.
I dati del fallimento nell'identificazione
Nello specifico, i chatbot ChatGpt di OpenAI, Grok di xAI e Gemini di Google sono stati interrogati su una serie di clip. La percentuale di errori commessi dai modelli è risultata altissima, oscillando in un intervallo compreso tra il 78 e il 95 per cento dei casi. Questo significa che, nella stragrande maggioranza delle occasioni, le intelligenze artificiali non sono state in grado di identificare come artificiali dei video generati da un loro “simile”, a meno che non vi fosse apposto un marchio visibile, il quale tuttavia può essere eliminato con relativa facilità in fase di post-produzione.
Le implicazioni di un riconoscimento impossibile
La difficoltà di riconoscimento, che accomuna l’occhio umano e l’analisi algoritmica, apre scenari complessi per il contrasto alla disinformazione. Se gli stessi strumenti progettati per generare o analizzare contenuti non possiedono la capacità affidabile di smascherare i prodotti sintetici, la tracciabilità e l’etichettatura diventano anelli ancora più critici e fragili. La qualità iperrealistica di Sora, che ha giustamente fatto parlare di sé, si rivela dunque un’arma a doppio taglio, capace di ingannare non solo il pubblico generale ma anche i sistemi più sofisticati, creando un circolo vizioso di opacità digitale.
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