La diagnosi precoce cambia la storia del tumore al polmone, ma la sfida resta aperta

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Il tumore del polmone, che ogni anno in Italia registra circa quarantaquattromila nuovi casi e si porta via quasi trentaseimila persone, continua a essere una delle patologie oncologiche più insidiose per chirurghi e oncologi. La prognosi, specialmente quando la malattia viene individuata in stadio avanzato, rimane severa, con una sopravvivenza a cinque anni che non supera la soglia del dieci per cento. Esiste, tuttavia, una differenza sostanziale, quasi abissale, tra una diagnosi tardiva e una tempestiva: se il carcinoma viene scoperto in fase iniziale, infatti, le probabilità di sopravvivere a distanza di cinque anni possono oltrepassare il novanta per cento. È questo il dato, emerso dal "Report from the San Camillo Lung Cancer Screening European Expert Summit", che delinea un orizzonte concreto di miglioramento, indicando nella prevenzione secondaria l'arma più efficace per ridurre l'impatto di questa patologia.

Il modello 'San Camillo Forlanini' e l'efficacia dello screening

Proprio l'esperienza romana del San Camillo Forlanini, al centro del summit sostenuto da Johnson & Johnson MedTech, dimostra come un percorso organizzato di screening possa aprire la strada a prognosi radicalmente migliori. L'utilizzo della tomografia computerizzata a basso dosaggio di radiazioni, la cosiddetta LDCT, si conferma lo strumento più idoneo per intercettare lesioni in uno stadio precoce, quando sono ancora asportabili chirurgicamente con successo. I numeri, del resto, non lasciano spazio a dubbi: come evidenziato anche dal 20° Rapporto Sanità di C.R.E.A. Sanità e Università di Tor Vergata, implementare uno screening nazionale per il tumore polmonare non solo eviterebbe decine di migliaia di decessi – si parla di oltre trentaseimila –, ma garantirebbe anche un guadagno medio di oltre nove anni di vita ai pazienti, dimostrandosi al contempo un intervento economicamente sostenibile per il Servizio Sanitario Nazionale.

L'eccezione aggressiva del microcitoma

Accanto a questo scenario, però, persiste un capitolo particolarmente complesso, quello del carcinoma polmonare a piccole cellule, comunemente noto come microcitoma. Questa forma, che rappresenta una percentuale compresa tra il dieci e il quindici per cento di tutti i tumori polmonari, si distingue nettamente per la sua aggressività biologica dalla maggior parte degli altri carcinomi, che sono definiti "non a piccole cellule". La sua caratteristica principale, quella che lo rende temuto dagli specialisti, è la capacità di diffondersi precocemente e in maniera silente, tanto che spesso, al momento della diagnosi, ha già dato origine a metastasi in altri organi. Per questa tipologia, la diagnosi precoce attraverso screening di popolazione è più problematica, e la ricerca si concentra su approcci terapeutici innovativi, come l'immunoterapia, per provare a controllarne la progressione.

La via italiana per una riduzione della mortalità

La strada maestra per invertire la curva della mortalità, dunque, passa attraverso l'implementazione di programmi di screening strutturati e accessibili, sul modello di quanto già avviene per altri tumori. La tac a basso dosaggio, riservata alle fasce di popolazione a maggior rischio – forti fumatori o ex fumatori over 50 –, rappresenta lo strumento cardine di questa strategia. I dati raccolti dalle esperienze pilota e dagli studi di costo-efficacia convergono nell'indicare che un rilevamento precoce non solo salva vite umane, ma alleggerisce il carico di cure successive, spesso complesse e costose, necessarie quando la malattia è ormai in fase avanzata. Si tratta, in sostanza, di un investimento in salute pubblica i cui frutti si misurano in anni di vita guadagnati e in un miglior utilizzo delle risorse sanitarie, un obiettivo di cui si discute a livello europeo e che trova nel modello italiano un punto di riferimento solido e scientificamente validato.

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