Tumore al polmone, lo studio Krocus cambia le regole per la mutazione Kras G12C
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Redazione Salute
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Per decenni, la mutazione Kras G12C ha rappresentato un autentico spauracchio per gli oncologi: una via intracellulare, responsabile della sopravvivenza delle cellule tumorali, che si era dimostrata refrattaria agli attacchi della medicina tradizionale, quasi un bersaglio inaggredibile. Ebbene, quella sfida – come emerge dai dati pubblicati sulla rivista The Lancet Oncology – sembra finalmente aver trovato una risposta concreta nello studio internazionale Krocus, al quale l’Istituto di Candiolo Irccs ha fornito un contributo tutt’altro che marginale. La ricerca ha dimostrato che, utilizzando una combinazione di due farmaci biologici, il fulzerasib e il cetuximab, si può ottenere una regressione della massa tumorale nell’80% dei casi trattati in prima linea, riuscendo così a evitare del tutto il ricorso alla chemioterapia tradizionale.
L’approccio “doppio” che blocca le vie di fuga
Il meccanismo d’azione di questa terapia, a ben vedere, si basa su un principio di ingegneria molecolare tanto semplice quanto efficace: il fulzerasib agisce come un inibitore specifico della proteina Kras, andando a bloccare il motore principale della proliferazione cellulare aberrante; parallelamente, il cetuximab (un anti monoclonale) agisce come un secondo blocco stradale, inibendo il recettore Egfr. Quest’ultimo, spiegano i ricercatori coordinati da Vanesa Gregorc, direttore della Divisione di Ricerca Clinica e Innovazione a Candiolo, rappresenta una delle principali “vie di fuga” che il tumore utilizza per sopravvivere quando il primo farmaco ne ostacola il funzionamento. Bloccando entrambe le rotte in contemporanea, si superano i meccanismi di resistenza che fino a oggi avevano limitato l’efficacia delle terapie a bersaglio singolo, confermando sul campo quanto già evidenziato negli studi preclinici condotti proprio nell’istituto piemontese.
Risultati senza precedenti in pazienti mai trattati
Lo studio Krocus, condotto su pazienti mai sottoposti in precedenza ad alcuna terapia sistemica per lo stadio avanzato della malattia, ha restituito dati clinici che gli stessi autori non esitano a definire senza precedenti per questa specifica sottopopolazione. Oltre al dato impressionante del tasso di risposta obiettiva (80% di regressione), l’analisi ha evidenziato una sopravvivenza libera da progressione mediana di 12,5 mesi; ma c’è di più, e riguarda la qualità del trattamento. A differenza degli schemi tradizionali, che associano i farmaci biologici a tossici citostatici, qui ci si avvale esclusivamente di agenti biologici. Questo ha permesso di abbandonare l’approccio indiscriminato che colpiva anche le cellule sane, per sposarne uno più selettivo che, come sottolinea Gregorc, risparmia al paziente gli effetti collaterali più pesanti. Fulzerasib, in particolare, non presenta le tossicità epatiche o intestinali tipiche di altri inibitori della stessa categoria; gli effetti avversi più comuni, rilevati nello studio, si sono limitati a reazioni cutanee ritenute ampiamente gestibili.
Il ruolo centrale dell’Irccs di Candiolo
La pubblicazione di questi dati sulla prestigiosa rivista *The Lancet Oncology* rappresenta non solo un traguardo per la comunità scientifica internazionale, ma anche una conferma del ruolo di primo piano giocato dalla ricerca italiana in questo campo. L’Istituto di Candiolo, come ricorda la direttrice scientifica Anna Sapino, è stato in grado di integrare la ricerca di base con la pratica clinica, traducendo in tempi rapidi un’innovazione di laboratorio in un beneficio tangibile per i malati. In questo caso, la sinergia tra i due farmaci ha dimostrato di poter cambiare l’algoritmo terapeutico per questa specifica mutazione, aprendo la strada a un futuro in cui – per questi pazienti – la chemioterapia potrebbe non essere più la prima opzione.




