L’applauso di Zenica, l’errore di Bastoni e l’ennesima notte amara per l’Italia

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Redazione Sport Redazione Sport   -   La vigilia era stata segnata da un appello, per certi versi inaspettato, che il capitano della Bosnia, Edin Dzeko, aveva rivolto ai suoi connazionali, chiedendo loro di alzarsi e applaudire l’inno di Mameli prima del fischio d’inizio della finale playoff. Un gesto, quello richiesto dall’ex attaccante di Roma e Inter, che affondava le radici in un precedente lontano ma non certo dimenticato: il 6 novembre del 1996, quando l’Italia – e fu la prima nazionale al mondo a farlo – scese in campo a Sarajevo per un’amichevole, a conflitto appena concluso, in un momento in cui molti altri Paesi guardavano ancora con timore a quelle terre. “L’Italia è un paese amico a cui saremo per sempre grati”, aveva detto Dzeko alla vigilia, e quel messaggio è stato recepito: allo stadio Bilino Polje di Zenica, prima che la gara iniziasse, le note dell’inno italiano sono state accolte da un lungo applauso del pubblico di casa, un gesto di rispetto che ha idealmente separato la memoria storica dalla furia sportiva che di lì a poco avrebbe invaso il campo.

La doccia gelata di Turpin e l’errore fatale di Bastoni

La partita, però, si è messa subito in salita per la Nazionale di Gennaro Gattuso, che per la terza volta consecutiva si giocava ai playoff un posto per la Coppa del Mondo dopo le delusioni con Svezia e Macedonia del Nord. Il primo tempo sembrava essersi incanalato sui binari giusti per gli azzurri, con Moise Kean che al quarto d’ora, sfruttando un assist di Barella, aveva sbloccato il risultato portando l’Italia in vantaggio. Una partita ordinata, quella degli azzurri, fino a quando, al 41’, un errore banale ha cambiato il volto della serata. Un rinvio corto e maldestro di Donnarumma è stato intercettato sulla trequarti, dando il via a una ripartenza fulminea della Bosnia; Memic, lanciato in profondità alle spalle della difesa, si è involato verso la porta e Alessandro Bastoni, ultimo uomo, è stato costretto a stenderlo sul limite sinistro dell’area per evitare il gol. L’arbitro francese Clément Turpin, per il quale non era la prima volta che un’espulsione pesava sul destino degli azzurri, ha estratto il cartellino rosso senza esitazione, un provvedimento ritenuto corretto dalla moviola per aver negato un’evidente occasione da gol. In inferiorità numerica, la squadra di Gattuso ha difeso il vantaggio per tutto il secondo tempo, ma la pressione bosniaca è diventata inarrestabile: al minuto 80, il pareggio è arrivato sugli sviluppi di un’azione confusa in area, che ha sancito l’1-1 e costretto l’Italia ai tempi supplementari e infine ai calci di rigore.

Dodici anni di digiuno mondiale e le polemiche su un rosso mancato

I rigori, come spesso accade in queste sfide dal peso specifico incalcolabile, sono stati spietati. Gli errori dal dischetto di Pio Esposito e di Bryan Cristante hanno condannato l’Italia, consegnando alla Bosnia di Dzeko la seconda storica qualificazione mondiale della sua storia, dopo quella del 2014, e decretando per gli azzurri l’ennesimo autunno sportivo. L’eliminazione, però, non ha fatto solo scattare la rabbia per l’ennesima occasione mancata, ma ha acceso i riflettori su alcune decisioni arbitrali che, nella lettura della moviola, avrebbero potuto cambiare il corso degli eventi. Se l’espulsione di Bastoni è stata giudicata ineccepibile, sono stati sollevati forti dubbi sul mancato intervento del VAR per un fallo commesso da Muharemovic su un avversario lanciato a rete durante il primo tempo supplementare; un intervento che, secondo molti, avrebbe meritato un cartellino rosso e che avrebbe potuto ristabilire la parità numerica proprio nel momento in cui l’Italia cercava disperatamente di resistere. A pesare, nel computo finale, è stata anche la sensazione di aver sprecato una situazione favorevole quando ancora si giocava in undici, con il gol del possibile 2-0 sbagliato da Kean che avrebbe potuto chiudere la partita prima dell’episodio chiave.

Un ponte costruito sulle rive del Po e la lealtà di un vecchio amico

E proprio mentre la squadra di Gattuso usciva dal campo sotto il peso di una nuova, cocente delusione, a dare un senso più profondo al gesto di rispetto mostrato prima della partita ci hanno pensato le parole del capitano bosniaco. Dzeko, prima del fischio d’inizio, aveva voluto ricordare non solo quell’amichevole del ’96, ma anche un impegno più recente, quello portato avanti da Umberto e Damiano Chiarini, un’iniziativa nata sulle rive del Po e cresciuta fino a diventare un ponte solidale con i Balcani; un progetto nel quale l’attaccante, adottando un bambino dall’orfanotrofio di Tuzla, è entrato con tale convinzione da farne una parte stabile della propria vita. In una notte di sport spietato, in cui la legge del campo ha condannato l’Italia a un nuovo fallimento, è rimasto quel gesto di sportività, quasi antico, con cui i tifosi di Zenica hanno accolto l’inno della nazionale che, quasi trent’anni prima, aveva avuto il coraggio di essere la prima a varcare quella soglia per restituire un po’ di normalità. Per il resto, per la Nazionale, si riapre il ciclo di domande a cui non si trova risposta da ormai dodici anni.

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