Italia, la notte di Zenica vale il mondiale: gli azzurri tra storia e presente
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Redazione Sport
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Settanta chilometri la separano da Sarajevo, ma per l’Italia quella di Zenica è una distanza che si misura più nel peso della memoria che non nelle coordinate geografiche. Lo stadio Bilino Polje, impianto dalla capienza ridotta che la Fifa ha ulteriormente limitato al 20% per sanzionare i comportamenti dei tifosi bosniaci nella gara contro la Romania -1, è il palcoscenico scelto per l’ultimo atto di un percorso che Gennaro Gattuso ha definito alla vigilia “una di quelle notti per cui si vive, quando la tensione sale e sai che non c’è cosa più bella”. È qui, su un terreno di gioco che il maltempo ha reso pesante -2 e con la neve che imbianca le colline circostanti senza però scendere in città, che gli azzurri si giocano l’accesso alla Coppa del Mondo 2026 dopo dodici anni di attesa, un’assenza che per una nazionale abituata a scrivere la storia del calcio ha il sapore amaro di un conto ancora da saldare.
La sfida, in programma per le 20.45, è una di quelle che non ammettono calcoli. Non ci sarà una terza via, d’altronde, perché la formula dei playoff impone la secchezza del verdetto immediato: chi vince vola in America tra Canada, Stati Uniti e Messico, chi perde resta a guardare. Gattuso, che ha scelto di non svelare nulla nella conferenza stampa se non la consapevolezza del momento, dovrebbe affidarsi alla continuità, confermando in blocco l’undici che venerdì ha superato l’Irlanda del Nord. La squadra tipo, quella del 3-5-2, vedrà Donnarumma tra i pali – lo stesso che ha raccontato di aver “perso due mondiali” e che adesso sente “la voglia di riportare l’Italia dove merita” -4 – e una linea difensiva composta da Mancini, Bastoni e Calafiori. In mezzo al campo, la cerniera sarà affidata a Locatelli, preferito a Cristante, con Barella e Tonali a presidiare le mezzali, mentre in attacco la coppia sarà quella formata da Moise Kean e Mateo Retegui, con Pio Esposito pronto a subentrare a gara in corso.
La vigilia, le parole e le scelte obbligate
Alla vigilia, Gattuso ha dovuto fare i conti con cinque esclusioni eccellenti: Gianluca Scamacca, Giorgio Scalvini, Elia Caprile, Nicolò Cambiaghi e Diego Coppola seguiranno la gara dalla tribuna, mentre Giovanni Di Lorenzo e Guglielmo Vicario, pur non convocabili per infortunio, hanno voluto essere presenti per non spezzare il legame con il gruppo. Una scelta, quella del ct, che racconta di una rosa in cui il senso di appartenenza viene coltivato anche al di fuori del campo, in quella che Donnarumma definisce “la forza di un gruppo giovane” che però sa bene cosa si gioca. Dal canto suo, il capitano azzurro non si è nascosto: “Siamo esseri umani, c’è la tensione giusta – ha detto – ma dobbiamo pensare a quello che sappiamo fare, a quello che siamo”. Una frase che suona come un monito, perché il passato recente insegna che contro avversari meno blasonati, tra Svezia e Macedonia del Nord, proprio la gestione emotiva è mancata.
Dall’altra parte, Sergej Barbarez, ct della Bosnia, ha accolto gli azzurri con la consapevolezza di chi sa di poter fare leva sull’ambiente. Il Bilino Polje, nonostante i settori chiusi, sarà caldissimo: circa 800 i tifosi italiani attesi, ma fuori dallo stadio, in un parcheggio a quattrocento metri, migliaia di bosniaci si raduneranno davanti a un maxischermo, pronte a trasformare la notte in una festa o in un funerale, a seconda dell’esito. Barbarez, rispondendo alle parole di Francesco Totti che aveva parlato di una partita “vinci o muori” per l’Italia, ha voluto alzare il livello: “Dal punto di vista della situazione nel paese, per noi è ancora più importante”. Una dichiarazione che restituisce il senso di una sfida in cui la posta in gioco, per i padroni di casa, trascende il semplice dato sportivo.
Il clima, il campo e la direzione di gara
Le condizioni atmosferiche hanno aggiunto un ulteriore elemento di incertezza. La pioggia caduta nelle ultime ore ha appesantito il terreno dello stadio “Campo Bianco” – così lo chiamerebbero da noi – costringendo Gattuso a modificare i piani e a svolgere l’ultima rifinitura a Coverciano. Una scelta dettata dalla prudenza, ma che non è servita a evitare che il dibattito si concentrasse sulle insidie di un campo che, a tratti, mostra un colore del manto erboso che varia a seconda della prospettiva. Il ct, però, ha tagliato corto: “Di campi peggiori ne ho visti anche qui nei Balcani, dove ho allenato per una stagione: quindi niente scuse, niente alibi”. Le temperature, vicine allo zero, e la neve che si vede sullo sfondo delle colline completano il quadro di una serata che richiederà agli azzurri non solo qualità tecnica, ma una certa dose di quella che Federico Dimarco ha chiamato “forza mentale”, quella stessa forza che ha permesso di sbloccare la gara contro l’Irlanda del Nord dopo un primo tempo contratto.
A dirigere la contesa sarà il francese Clément Turpin, arbitro che per l’Italia non rappresenta esattamente un amuleto: nel 2022, infatti, fu lui a dirigere la semifinale playoff contro la Macedonia del Nord, quella che si concluse con l’eliminazione degli azzurri. Un precedente che pesa, ma che il gruppo di Gattuso ha scelto di non enfatizzare, concentrandosi piuttosto su ciò che potrà controllare. Turpin sarà affiancato da una squadra arbitrale quasi interamente francese, con il solo quarto ufficiale spagnolo José María Sánchez a rompere l’uniformità. La vigilia, dunque, ha restituito l’immagine di una nazionale che si prepara a giocarsi tutto in un contesto ostile, sia per il clima che per l’atmosfera, ma che arriva a questo appuntamento forte della consapevolezza di aver superato lo scoglio più insidioso, quello psicologico, venerdì scorso a Bergamo.
Dentro la partita, la posta in palio
Per l’Italia, quella di stasera è una partita che riassume in novanta minuti (o forse centoventi) il significato di un triennio complicato. Dopo le mancate qualificazioni ai Mondiali di Russia e Qatar, gli azzurri hanno l’opportunità di chiudere un cerchio che si era aperto con la delusione di Palermo e con quella, ancora più bruciante, di Reggio Emilia. Gattuso, che alla guida della nazionale ha lavorato per costruire un gruppo solido, ha detto: “Sento grande responsabilità, devo guardare negli occhi i giocatori e trasmettere loro fiducia”. E Donnarumma, in conferenza, ha aggiunto: “Solo noi sappiamo cosa abbiamo passato dopo non esserci qualificati. Da quello dobbiamo ripartire”. Non c’è spazio, dunque, per i rimpianti: c’è solo il presente, fatto di un campo pesante, di una curva che spingerà i suoi e di una storia recente che chiede di essere riscritta.
La vincente di Bosnia-Italia entrerà nel Gruppo A dei Mondiali insieme a Canada, Qatar e Svizzera. Un girone che, sulla carta, non è proibitivo ma che al momento conta meno di zero, perché per parlarne bisognerà prima avere la certezza di esserci. Dall’altra parte, Barbarez ha già chiarito la sua strategia: “Se segniamo ed è uno a zero per noi, parcheggiamo l’autobus. Se andiamo sotto, lo parcheggiamo dall’altra parte”. Una dichiarazione che lascia intendere come i bosniaci non abbiano alcuna intenzione di lasciare spazi, pronti a sfruttare la qualità di Edin Dzeko, attaccante che Gattuso ha definito “un professionista avanti anni luce” -8, e la velocità degli esterni. Sarà una partita tattica, certo, ma anche una di quelle in cui il cuore, a un certo punto, finisce per contare più della tattica. Per l’Italia, che a Zenica ha portato con sé il peso di un’intera nazione, l’appuntamento con la storia non ammette distrazioni.




