Gattuso e il peso della storia: a Zenica l’Italia si gioca il Mondiale
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Redazione Sport
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Dentro lo stadio di Zenica, avvolto in un silenzio irreale che precede la tempesta, l’Italia aspetta. Aspetta il fischio d’inizio, aspetta la bolgia che presto trasformerà questo impianto spartano in un girone dantesco, e aspetta forse una risposta dal destino, quella che manca ormai da dodici lunghi anni. Tra le panche di legno di uno spogliatoio rustico, dove le scritte di un rosso opaco da socialismo reale sembrano voler ricordare un’altra epoca, gli azzurri si preparano a scrivere il capitolo più importante della loro recente storia. Il tecnico Gennaro Gattuso, alla vigilia, ha parlato con gli occhi di chi ha visto molto in questo gruppo: “Gli occhi dei ragazzi che ho incrociato finora sono buoni”, ha confessato, spiegando come l’ambiente sia rimasto positivo nonostante la pressione che schiaccia. E c’è spazio anche per un retroscena intimo, quel messaggio del figlio Francesco – classe 2007 – che lo ha toccato e commosso, un filo sottile che lega il passato glorioso a un presente che chiede solo di essere riscattato.
Non è solo una partita, è l’ultimo atto di un decennio tormentato. L’Italia del pallone si trova a dover oscurare quelle date maledette che sono diventate pietre miliari del dolore sportivo nazionale: il 13 novembre 2017, quando fu la Svezia a chiudere la porta di casa, e il 24 marzo 2022, quando la Macedonia del Nord inflisse l’onta più grande sul campo di Palermo. Stasera, nello stadio “Bilino Polje” – angusto, mal ridotto, con una capienza ridotta a circa novemila spettatori a causa di una sanzione della Fifa -7 – si gioca per evitare la terza apocalisse consecutiva. Un evento che per l’Italia, una volta leader incontrastata del calcio mondiale e oggi costretta a guardare altre discipline vincenti, assumerebbe i contorni di una tragedia senza precedenti. Eppure, c’è chi ricorda che per scalare questa montagna, come l’ha definita Gattuso stesso definito Everest, serva più il carattere che la tecnica.
Il clima e le polemiche: il “bollitore” di Zenica
Se il silenzio iniziale è surreale, lo scenario che circonda la sfida è di quelli che fanno tremare i polsi. Il Bilino Polje, con le sue tribune spartane e il fondo irregolare, è descritto dalla stampa italiana come un impianto “brutto, piccolo e circondato da palazzi” dai cui balconi gli spettatori potranno affacciarsi per guardare la partita. E la tensione, già altissima di per sé, è stata alimentata da un episodio che sa di vecchio calcio: un gruppo di azzurri, tra cui spicca Federico Dimarco, è stato ripreso mentre esultava con pugni chiusi per la vittoria della Bosnia sul Galles nella semifinale dell’altro girone. Una scena che ha scatenato le ire di Miralem Pjanic, il quale ha avvertito che “la Bosnia li aspetta a braccia aperte”, e le critiche di Dino Zoff, preoccupato che questo gesto possa caricare ulteriormente gli avversari. Dimarco, chiamato a fare chiarezza, ha provato a spegnere gli animi: “Ho sentito dire che siamo stati arroganti, ma non c’è alcun motivo per esserlo: sono dodici anni che non andiamo al Mondiale”. Le sue parole non fanno però che restituire la fotografia di una squadra che vive sotto una pressione mediatica e popolare opprimente, dove ogni dettaglio, anche il più innocuo, viene amplificato.
La sfida fisica e tecnica: l’ostacolo Dzeko
A complicare ulteriormente il quadro, oltre al clima rovente sugli spalti, c’è la concretezza dell’avversario. La Bosnia non è solo la “bolgia” dei suoi tifosi, ma è una squadra che ha tecnica, fisicità e un leader d’eccezione. Edin Dzeko, quarant’anni e una carriera leggendaria tra Roma e Inter, è l’incubo degli azzurri: capace di fare la differenza con la sua stazza e la sua esperienza, come dimostrato nel gol all’86’ che ha ribaltato il Galles nella semifinale. L’attaccante, che conosce perfettamente i meccanismi del calcio italiano, ha lanciato una stilettata alla vigilia, ricordando che l’Italia non ha più giocatori come Totti o Del Piero. Dall’altra parte, Gattuso schiera la sua certezza: il modulo e gli undici che hanno battuto l’Irlanda del Nord, con Moise Kean e Mateo Retegui in attacco e la regia affidata a Sandro Tonali. Il ct ha chiesto ai suoi una grande prestazione, soprattutto caratteriale, nella consapevolezza che si gioca contro una squadra ostica e che i suoi ragazzi, pur facendo finta di avere le spalle larghe, soffrono in silenzio quando i risultati non arrivano.
Un presagio chiamato Turpin
A rendere il quadro ancora più carico di presagi, c’è il nome del direttore di gara. La Uefa ha designato il francese Clément Turpin, lo stesso arbitro che il 24 marzo 2022 diresse la sfida fatale contro la Macedonia del Nord, quella che sancì l’eliminazione dall’ultimo Mondiale. Un precedente che pesa come un macigno e che i media italiani non hanno mancato di sottolineare come un ulteriore brutto presagio. Nonostante Turpin abbia diretto altre partite vinte dagli azzurri, il fantasma di quella notte di Palermo aleggia sullo spogliatoio azzurro. Con una temperatura quasi invernale, il vento dell’Est che spazza lo stadio, e una tribuna che ospita personalità come il presidente Uefa Ceferin e Novak Djokovic, l’Italia si gioca tutto. È il momento di mostrare che quel ciclo di fallimenti è finito, o di soccombere ancora una volta al peso di una storia che chiede solo di essere riscritta.




