Van Aert, il running come segreto (nascosto) della rinascita: fiori e un messaggio alle 4 per il padre di Goolaerts
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Redazione Sport
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Che la rinascita di Wout Van Aert passasse necessariamente attraverso una ripartenza dai fondamentali, lo si era intuito osservandolo rientrare in sella appena dieci giorni dopo l’intervento alla caviglia destra – un recupero lampo, nel gennaio del 2026, che aveva spiazzato persino i medici del suo team. Ma ciò che pochi avevano colto, prima del trionfo alla Parigi-Roubaix, era il ruolo decisivo di un altro movimento, apparentemente estraneo al ciclismo: la corsa a piedi. Il corridore belga, infatti, ha costruito gran parte della sua resurrezione fisica proprio su un allenamento di running antecedente alla ripresa della bicicletta, un metodo che gli ha consentito di preservare la base aerobica mentre la frattura ancora gli impediva di spingere sui pedali. L’ha spiegato, senza troppi giri di parole, chi lo segue quotidianamente: si correva prima di pedalare, si ricostruiva la testa un passo dopo l’altro, lontano dall’asfalto delle classiche.
Una Roubaix da incubo e la “carriola” di Pogačar
L’edizione 2026 della “Regina del pavé” resterà negli annali non solo per il ritorno al successo di Van Aert – che interrompe un digiuno di sei anni dalle classiche Monumento – ma anche per una sequenza di episodi ai limiti del grottesco. Tadej Pogačar, il campione del mondo, è stato vittima di una foratura a 120 chilometri dal traguardo, proprio sul settore di Quérénaing. Da lì, il caos: il suo cambio con la bicicletta dell’assistenza neutra Shimano, un mezzo che lo sloveno ha definito senza mezzi termini “una carriola”, aggiungendo che sella e ruote “erano sbagliate”. Una battuta, la sua, che ha però messo in luce un problema tecnico non da poco, costringendolo a fermarsi una seconda volta in attesa dell’ammiraglia. Un episodio che ha spostato gli equilibri di una corsa già di per sé nervosa, frantumata dal vento e dalla polvere.
Il dito al cielo, poi il gesto concreto: i fiori per Goolaerts
L’attimo dell’arrivo, quello in cui Van Aert ha alzato il dito al cielo prima di esultare in volata proprio su Pogačar, era già apparso carico di un significato che andava oltre la semplice vittoria. Quel gesto – lo si è saputo solo dopo – era per Michael Goolaerts, il giovane compagno morto nel 2018 proprio alla Parigi-Roubaix a causa di un infarto. Ma il belga non si è limitato al simbolo. Attraverso il suo manager Jef Van den Bosch, ha fatto avere ai genitori di Michael, Staf e Marianne, i fiori del vincitore dell’Inferno del Nord. Un omaggio riservato, quasi sussurrato, che restituisce il peso umano di una corsa troppo spesso raccontata solo come macina corpi.
“Non riesco a dormire”: il messaggio nel cuore della notte
A rendere ancora più profonda la trama di questa edizione è il contenuto di un messaggio privato, inviato da Van Aert alle 4:15 del mattino successivo alla corsa. Il destinatario era Staf Goolaerts, il padre di Michael. “Non riesco a dormire, Staf. È successo troppo oggi. Ma i fiori sono in arrivo con Jef. Noi partiamo tra poco per le vacanze”. Poche righe, scritte nell’insonnia di chi ha appena vinto la corsa più spietata del mondo eppure non riesce a staccare il pensiero da un ragazzo morto sette anni fa sullo stesso selciato. Un atto di umanità nuda, che restituisce l’immagine di un campione lontano dagli stereotipi dell’atleta freddo e concentrato. La frattura alla caviglia, le cadute, la sfortuna: tutto questo è diventato, nella notte di Roubaix, solo lo sfondo di una promessa mantenuta.




