L’impresa di Londra che riscrive la storia (e la classifica) del running

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   Chi non fosse un appassionato di maratona farebbe bene a fermarsi un attimo a osservare quella fotografia destinata a diventare un’icona. Un ragazzo, Sabastian Sawe, tiene in mano un paio di scarpe e sulla suola, vergate con un semplice pennarello, ci sono poche cifre che hanno il peso di una sentenza: “1:59.30 WR SUB 2”. Non si tratta di un codice segreto né di un messaggio incomprensibile, bensì del tempo che il keniano ha stampato sul cronometro domenica scorsa a Londra, infrangendo finalmente quel muro delle due ore che l’atletica inseguiva da anni. La particolarità, però, è che Sawe non è stato solo: l’etiope Yomif Kejelcha è scivolato sotto la fatidica soglia con un ritardo di soli undici secondi, un dettaglio che trasforma l’evento da episodio isolato a fenomeno statistico. A far scattare l’allarme nel quartier generale della concorrenza – e a creare quell’immagine virale – è stata proprio la scelta di Sawe di esibire il numero sulla suola della sua Adidas, un gesto che vale più di mille comunicati stampa.

L’asso nella manica da 97 grammi che ha cambiato le gerarchie

Domenica a Londra non si è corso solo contro il tempo, ma anche contro la fisica applicata al business. Il keniano e l’etiope avevano entrambi ai piedi le stesse scarpe, le nuovissime Adizero Adios Pro Evo 3, un modello che Adidas ha tirato fuori dal cilindro proprio nel weekend della gara. Con un peso che sfiora i 97 grammi – una riduzione del 30% rispetto al modello precedente – questa calzatura rappresenta allo stato attuale il massimo della tecnologia consentita dai regolamenti, spingendosi fino a 39 millimetri di altezza dell’intersuola per massimizzare il ritorno energetico senza sforare il limite dei 40 mm imposto dalle regole. Per capirci, è come se Sawe avesse corso con due fogli di carta da lucido legati sotto i piedi, ma con una piastra in carbonio (il nuovo sistema Energyrim) studiata per trasformare ogni appoggio in una spinta in avanti. E se questo non bastasse, la tomaia è stata realizzata ispirandosi alle vele da kitesurf: ridotta all’osso, ma incredibilmente stabile quando si viaggia a velocità che per un normale essere umano sono pura fantascienza.

Il “cancro” del doping e la strategia della trasparenza

Davanti a un dominio così schiacciante, la domanda sull’artificialità della prestazione è sorta spontanea, e Sawe l’ha anticipata con una mossa fuori dal comune. Parlando ai giornalisti dopo l’impresa, il 31enne keniano ha definito il doping “un cancro” per il suo Paese, un’ammissione pesante se si considera la scia di casi illustri che hanno coinvolto atleti keniani negli ultimi anni, tra cui la maratoneta Ruth Chepngetich. La sua risposta non è stata solo verbale: Sawe ha raccontato di essersi sottoposto volontariamente a un regime di controlli serratissimo, con 25 test effettuati prima della gara e una frequenza che ha trasformato la sua preparazione in un’analisi quasi maniacale. La stessa Adidas, stando a quanto riportato dalla BBC, avrebbe stanziato 50mila dollari per finanziare questi test extra attraverso l’Athletics Integrity Unit, un dettaglio non secondario che dimostra come la pulizia dell’atleta sia diventata un argomento di marketing tanto quanto la scarpa. “Correre pulito è la prima cosa”, ha ripetuto Sawe con la mano sul cuore, cercando di blindare la sua leggenda da qualsiasi sospetto futuro.

Nike vs Adidas: il sorpasso (tecnologico) è servito

Per anni, la narrazione del “sub-2” è stata appannaggio quasi esclusivo di Nike, a partire dal tentativo Breaking2 del 2017 fino alle gesta di Eliud Kipchoge a Vienna, quando l’impresa però non era valida per i record ufficiali. Ma quello che è successo a Londra – due uomini sotto le due ore nella stessa gara, con lo stesso modello di scarpa – ha spostato l’asse del potere. Da un lato, perché il prodotto della casa tedesca ha dimostrato sul campo di poter competere (e vincere) nella guerra delle super scarpe, storicamente un territorio dominato dalla Vaporfly di Nike. Dall’altro, perché il tempismo è perfetto: il mercato del running è in crescita esponenziale, e in questo segmento l’innovazione tecnologica viene pagata a peso d’oro, come dimostrano i circa 500 euro (o quasi 4000 in valuta cinese) necessari per portarsi a casa un paio di queste Evo 3, quando saranno disponibili a fine aprile. La reazione di Nike, in questo frangente, è destinata a essere studiata nei manuali di marketing: l’unico modo per rispondere a un’innovazione così radicale non è abbassare i prezzi, ma tornare in laboratorio. Perché a Londra, il messaggio che è passato è chiaro: non è più solo una questione di gambe, ma di ciò che ci si mette ai piedi.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.