Gaza, Trump annuncia il disarmo di Hamas: aperture, dubbi e nodi ancora da sciogliere
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Redazione Esteri
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L'annuncio, arrivato nella notte con un post sui social in cui definiva l'intesa "un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature", ha subito scatenato reazioni contrastanti. Se da un lato il presidente americano ha parlato di un "accordo storico" per il disarmo completo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati presenti nella Striscia, dall'altro le prime precisazioni giunte dal fronte palestinese e lo scetticismo manifestato da più parti hanno gettato più di un'ombra sulla reale portata di questa svolta.
L'impressione è che, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche, il cammino verso una pacificazione duratura sia ancora costellato di ostacoli e precondizioni difficili da conciliare.
I dettagli dell'accordo e le condizioni di Hamas
Secondo quanto ricostruito, il piano - un documento in 15 punti - prevede che le armi pesanti vengano immagazzinate sotto il controllo di un'amministrazione palestinese, mentre resta ancora da definire il destino dell'armamento leggero. Hamas, attraverso il suo portavoce Ghazi Hamad, ha però messo in chiaro che non intraprenderà alcuna iniziativa concreta sul disarmo prima di aver ottenuto il ritiro completo delle forze israeliane dalla Striscia e la fine dei raid ormai quotidiani.
Una posizione, quest'ultima, che ribadisce la strategia già emersa in passato, secondo cui la consegna delle armi è vincolata a un accordo più ampio sul futuro di Gaza e sulla fine delle ostilità. Il Board of Peace, l'organismo internazionale voluto da Trump per gestire la transizione, avrebbe il compito di sovrintendere al processo, ma la sua effettiva capacità operativa sul campo è stata messa in discussione da più parti, considerando che finora il suo ruolo nella Striscia è stato pressoché nullo.
Lo scetticismo di Israele e i nodi sul terreno
Israele, dal canto suo, non ha ancora fornito una risposta ufficiale, ma le prime dichiarazioni filtrate da fonti vicine al governo di Benjamin Netanyahu lasciano intendere una posizione di netta chiusura. La precondizione posta da Tel Aviv resta la più rigida: nessun passo avanti sarà possibile senza il disarmo completo di Hamas, la rimozione di tutte le armi da Gaza e la smilitarizzazione totale dell'enclave.
Un processo, quello del disarmo, che secondo gli esperti potrebbe richiedere anche un anno, e che si scontra con la realtà dei fatti: l'esercito israeliano controlla ormai più della metà del territorio, superando i confini della cosiddetta "linea gialla" originaria, e la fiducia reciproca tra le parti è ai minimi storici.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la fragilità di tutte le parti coinvolte, come sottolineato dall'esperto Alessandro Colombo, secondo cui "Donald Trump si trova in piena impasse sulla questione ucraina e su quella iraniana", e la fretta di portare a casa un successo diplomatico rende l'annuncio ancora meno credibile.
I tempi, i meccanismi e la credibilità dell'accordo
La road map per l'attuazione del disarmo, che secondo alcune fonti potrebbe essere preparata entro quattordici giorni, dovrà essere approvata da tutte le parti e da un organismo di verifica internazionale. Un funzionario del Board of Peace ha ipotizzato che la consegna delle armi pesanti e lo smantellamento dei tunnel potrebbe richiedere dai 200 ai 350 giorni.
Resta inoltre da chiarire il ruolo della Forza Internazionale di Stabilizzazione, per la quale solo sei Paesi, tra cui Turchia e Indonesia, si sono detti disponibili a inviare soldati, e il cui dispiegamento è subordinato al via libera di Israele.
In questo contesto, molti analisti invitano alla prudenza, sottolineando come sia difficile credere che Hamas acconsenta a un disarmo completo senza garanzie concrete sul ritiro israeliano e sulla ricostruzione, e che Israele sia disposto a cedere il controllo dei territori conquistati senza aver prima ottenuto certezze assolute sulla smilitarizzazione.
L'annuncio di Trump, lungi dall'essere un punto di arrivo, sembra piuttosto l'avvio di una nuova e complessa fase negoziale, nella quale le dichiarazioni ottimistiche dovranno fare i conti con le dure leggi del terreno e con le reciproche diffidenze.
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