Fabrizio Corona, bloccato sui social: i profili del re dei paparazzi rimossi dalle piattaforme

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La battaglia legale tra Mediaset e Fabrizio Corona, un conflitto che si nutre da mesi di video e accuse veicolati attraverso il format online "Falsissimo", ha registrato una svolta significativa con l'oscuramento totale dei profili social riconducibili al personaggio. La decisione, che appare come un'evoluzione tecnologica delle tradizionali diffide e querele, ha di fatto reso inaccessibili gli account dell'ex agente fotografico su Instagram e Facebook, piattaforme di proprietà del colosso Meta, mentre su YouTube, di Google, sono stati rimossi i contenuti gratuiti. Agli utenti che tentano di accedere, ormai, non resta che una stringa asettica, una dicitura che annuncia la rimozione della pagina, a sigillare digitalmente una vicenda che unisce i palazzi della televisione di Cologno Monzese alle policy spesso opache delle Big Tech americane.

La richiesta di Mediaset e le policy delle piattaforme

L'azione, che ha spazzato via in un colpo solo sia l'account personale di Corona sia le pagine dedicate al suo show, affonda le radici nelle formali richieste avanzate dall'azienda televisiva, la quale si è rivolta direttamente ai gestori delle piattaforme per segnalare contenuti ritenuti palesemente diffamatori. Meta, interpellata sulla questione, ha motivato la propria decisione affermando che i profili in oggetto violavano gli standard della comunità, una formula generica che, seppur ricorrente in simili casi, cela il complesso meccanismo di moderazione dei contenuti che le ration attuano, spesso sotto la pressione di istanze legali provenienti da soggetti terzi. È un processo, questo, che trasforma le policy dei social network in un campo di battaglia giudiziario, dove le istanze di tutela della reputazione si misurano con i principi di espressione individuale.

La reazione della difesa: l'allarme per la libertà di parola

Dall'altro lato della barricata, la difesa di Fabrizio Corona non ha tardato a replicare, tuonando contro quello che viene definito senza mezzi termini un atto di "censura pura". I legali pongono l'accento sul principio della libertà di parola, sostenendo che una misura così radicale come la cancellazione totale dei profili costituirebbe una risposta sproporzionata, un silenziamento che va ben oltre la rimozione di singoli contenuti contestati. La loro argomentazione solleva, implicitamente, un interrogativo di portata più ampia, concernente i poteri discrezionali che gli oligopolisti digitali detengono nel regolare il dibattito pubblico, spesso senza dover render conto delle proprie scelte a un'autorità giurisdizionale tradizionale.

Il contesto della faida e gli sviluppi giudiziari

La sparizione digitale di Corona e del suo "Falsissimo" si inquadra, del resto, in una contesa ben più articolata, fatta di carte bollate e udienze, il cui epicentro sono state le puntate dedicate non solo a Mediaset ma anche al direttore Alfonso Signorini. Una faida, quella tra il re dei paparazzi e il Biscione, che sembra così migrare dalle aule dei tribunali ai server dei giganti del web, i quali, di fronte a formali segnalazioni, optano per un intervento drastico pur di ridurre la propria esposizione a possibili contenziosi. Un simile sviluppo, se da un lato segna un punto a favore delle strategie legali dell'azienda televisiva, dall'altro consegna alla cronaca un nuovo capitolo su come si evolve, nell'era digitale, il concetto stesso di disputa mediatica, dove un blocco algoritmico può avere, almeno nel breve periodo, un impatto immediato tanto quanto un provvedimento del giudice.

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