Draghi a Rimini: l'Europa in panchina e la sveglia di Trump
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Redazione Interno
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Mario Draghi, nel suo intervento al Meeting di Rimini, ha tracciato una diagnosi severa e inappellabile sullo stato di salute dell’Unione Europea, dipingendo un’entità politica condannata a un ruolo marginale, quella di “spettatrice”, sulla scena globale. La sua analisi, che ha evitato di nominare direttamente l’esecutivo di Ursula von der Leyen pur avendolo nel mirino, individua nella fragilità geopolitica il vero tallone d’Achille di un’Europa che pure possiede, almeno sulla carta, una robusta base economica. Una forza, quest’ultima, che si è rivelata necessaria ma non più sufficiente, come un motore potente in un’auto senza volante, incapace di decidere la propria rotta in un mondo sempre più dominato da logiche di potenza.
Il cuore della riflessione dell’ex presidente della Bce e del Consiglio italiano ruota attorno al rapporto, ormai completamente sbilanciato, tra economia e politica. Per anni si è creduto, o si è voluto credere, che la prosperità economica fosse di per sé garanzia di influenza internazionale, un’equazione che gli eventi recenti hanno invece smontato pezzo per pezzo. L’Europa, imbrigliata in procedure decisionali farraginose che impongono l’unanimità tra i Ventisette – ottenuta, quando va bene, solo dopo estenuanti trattative e compromessi al ribasso – si è ritrovata paralizzata di fronte alle crisi epocali che hanno scosso il pianeta, dalla pandemia alla guerra in Ucraina, fino alle nuove politiche commerciali aggressive degli Stati Uniti.
Proprio l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti viene indicata da Draghi come quel campanello d’allarme, definito “brutale”, che dovrebbe costringere l’Ue a un profondo esame di coscienza. La nuova amministrazione americana, con le sue scelte unilaterali e il suo approccio nazionalista, ha reso evidente come i tradizionali alleati non possano più contare su protezioni incondizionate, spingendo ciascuno a fare da sé in un’ottica di pura realpolitik. In questo scenario, l’Europa rischia di essere schiacciata, restando ai margini di un gioco i cui principali attori sono ormai Stati Uniti e Cina




