La finestra di un mese di Trump per l’accordo con l’Iran mentre il Pentagono completa il rischieramento

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran entra in una fase cruciale, con la diplomazia che corre parallela a un massiccio dispiegamento di forze militari nel Golfo Persico e nel Medio Oriente tutto. Mentre a Ginevra si è appena concluso un secondo round di colloqui indiretti – colloqui che hanno visto la delegazione americana guidata da Steve Witkoff e Jared Kushner confrontarsi, tramite la mediazione dell’Oman, con i rappresentanti di Teheran – la macchina da guerra americana, per come riferiscono fonti del Pentagono e della stessa amministrazione a testate come il New York Times e la Cnn, ha completato gran parte della propria mobilitazione. Una mobilitazione, questa, che non si limita alla presenza di una portaerei, bensì configura l’assemblaggio di un dispositivo pensato per un conflitto potenzialmente esteso e prolungato. Si parla, stando a quanto ricostruito da analisi indipendenti e da verifiche giornalistiche come quelle condotte dalla BBC, di un accumulo di risorse senza precedenti recenti: la portaerei Uss Abraham Lincoln è operativa nella regione da fine gennaio, e a questa si aggiungerà a breve il gruppo d’attacco della Uss Gerald Ford, richiamata dai Caraibi.

L’accentramento di forze e il braccio di ferro sul programma missilistico

Dietro i numeri del rischieramento, che includono centinaia di voli di cargo pesanti C-5 e C-17 – voli che da metà gennaio hanno riversato nelle basi alleate munizionamento, batterie antiaeree e sistemi difensivi aggiuntivi – si cela la volontà di offrire a Donald Trump, il quale ha fissato pubblicamente una “finestra di un mese” per raggiungere un’intesa, opzioni concrete che spaziano dall’attacco chirurgico a una campagna bellica di più ampia portata. Non è un caso che, parallelamente all’arrivo dei rinforzi, il presidente abbia rilanciato la minaccia di un intervento diretto, arrivando a dichiarare che in assenza di un accordo, si passerà a una seconda fase destinata a essere “molto dura” per Teheran. Una durezza, quella della retorica presidenziale, che trova un contraltare nelle posizioni israeliane: Benjamin Netanyahu, reduce da un incontro alla Casa Bianca, ha ribadito con forza che qualsiasi intesa non potrà ignorare il programma balistico iraniano, vero e proprio pungolo per la sicurezza dello Stato ebraico e punto qualificante della dottrina difensiva di Teheran, che considera i propri missili una linea rossa invalicabile.

Il nodo delle trattative e la posizione di Teheran tra aperture e fermezza

Proprio il nodo dei missili, al centro dell’incontro ginevrino di martedì scorso, rischia di rappresentare l’ostacolo più insidioso sul tavolo negoziale. Per l’amministrazione Trump, che ha inserito l’argomento nell’agenda dei colloqui, limitare la capacità balistica dell’Iran significherebbe ridurre la proiezione offensiva dei suoi alleati nella regione e scongiurare ciò che viene percepito come un rischio esistenziale per Israele. Dall’altra parte, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, arrivato a Ginevra dopo aver incontrato il direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, Rafael Grossi, ha ripetuto che il programma missilistico non è negoziabile ora né in futuro. Ma, al contempo, sempre da Teheran filtra la disponibilità a discutere del programma nucleare, in particolare delle scorte di uranio arricchito al 60%, in cambio di un allentamento concreto delle sanzioni che strangolano l’economia persiana. Una posizione, quella iraniana, che cerca di guadagnare tempo mentre la pressione militare cresce, forte anche del sostegno politico di Mosca e Pechino, i quali hanno invitato tutte le parti alla moderazione.

L’ombra di un conflitto esteso e i preparativi del Pentagono

Al di là delle dichiarazioni pubbliche, nei corridoi del Pentagono e tra gli analisti militari si ragiona sulla portata di un eventuale scontro. A differenza dei raid limitati dell’operazione “Midnight Hammer” dello scorso giugno, l’attuale schieramento – che comprende caccia F-22, F-35 e bombardieri strategici, supportati da una flotta di aerei cisterna in grado di sostenere migliaia di sortite – è stato potenziato per rispondere a qualsiasi reazione iraniana. Una reazione, quest’ultima, che potrebbe concretizzarsi in attacchi contro le basi americane sparse tra Golfo e Medio Oriente, aggravando il conflitto e coinvolgendo attori non statuali. E mentre la diplomazia procede faticosamente, l’accumulo di mezzi e munizioni prosegue ininterrotto, con l’obiettivo dichiarato, da parte americana, di porre Teheran di fronte a un bivio: cedere sulle richieste di Trump, estendendo il negoziato anche ai missili, o prepararsi a uno scontro le cui proporzioni, per come lasciano intendere fonti militari, potrebbero essere devastanti.

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