La Procura di Roma indaga per sequestro di persona dopo l’abbordaggio della flottiglia per Gaza
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Redazione Interno
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La notte del 29 aprile scorso, al largo dell’isola di Creta e in acque internazionali – quindi al di fuori di qualsiasi giurisdizione nazionale che non sia quella dello Stato di bandiera delle imbarcazioni –, ventidue barche della Global Sumud Flotilla sono state intercettate e abbordate dalle autorità israeliane. Questo episodio, che segue di pochi mesi un’altra analoga missione bloccata nell’autunno precedente, ha innescato una reazione immediata sul piano giudiziario italiano: la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per sequestro di persona, ipotizzando al momento la responsabilità di ignoti. A coordinare le indagini, come risulta dagli atti depositati in piazzale Clodio, sono i pm Lidia Lotti e Stefano Opilio, cui sono arrivati tre distinti esposti presentati dalle parti offese o dai loro legali.
Due attivisti fermati su imbarcazioni italiane e trasferiti in Israele
Tra i tre esposti che hanno portato all’apertura del procedimento, due riguardano specificamente la sorte di Thiago de Avila e Saif Abukeshek, attualmente detenuti in Israele con accuse legate alla sicurezza. Quello che rende il caso giuridicamente rilevante per l’Italia, oltre al luogo dell’abbordaggio (che avviene in alto mare), è la nazionalità dei natanti da cui sono stati prelevati: i due attivisti si trovavano a bordo di imbarcazioni battenti bandiera italiana, rispettivamente l’Eros 1 e un altro scafo della flottiglia. Secondo quanto ricostruito negli atti depositati in Procura, mentre il resto degli equipaggi è stato trasferito in Grecia e successivamente rimpatriato, de Avila e Abukeshek sono stati condotti in Israele, dove un tribunale ha già prorogato la loro custodia cautelare.
Il precedente dell’autunno e la richiesta di rogatoria a Israele
Non è la prima volta che i magistrati capitolini si occupano di questa flottiglia. Un secondo fascicolo – anch’esso contro ignoti – era già stato avviato dopo la missione dello scorso ottobre, quando altre decine di attivisti e persino alcuni parlamentari italiani erano stati fermati in prossimità delle coste di Gaza. In quel procedimento, che procede parallelamente, le ipotesi di reato ipotizzate sono più ampie: si va dalla tortura alla rapina, passando per il danneggiamento aggravato dal pericolo di naufragio. Su questo secondo filone, i pm hanno già provveduto ad ascoltare i partecipanti alla missione per ricostruire la dinamica degli attacchi con droni e la fase successiva all’abbordaggio; nelle prossime settimane, salvo intoppi, è prevista l’inoltro di una rogatoria internazionale alle autorità israeliane, nella speranza di ottenere elementi utili a identificare i militari che materialmente eseguirono il fermo.
La posizione di Gianrico Carofiglio: “Un atto di pirateria, ma non il reato più grave”
Nel dibattito pubblico, che pure qui si annota senza cedere a facili generalizzazioni, è intervenuto anche l’ex magistrato e scrittore Gianrico Carofiglio. Interpellato in trasmissione, Carofiglio ha definito l’operazione israeliana un “atto di pirateria”, secondo la definizione codificata dal diritto internazionale che disciplina la libertà di navigazione in alto mare. Ha tuttavia aggiunto, con una formula che non è passata inosservata, che questo capo d’accusa non rappresenterebbe nemmeno l’aspetto più grave tra quelli contestabili alle autorità coinvolte. Una precisazione, la sua, che lascia intendere come il profilo del sequestro di persona – e delle condizioni di detenzione che ne sono seguite – possa assumere, agli occhi dei giuristi, un peso persino maggiore rispetto alla violazione del principio di libertà dei mari.




