Guai per Trump in Iran, Stati Uniti ‘bloccati’. La nuova strategia (e il rischio invasione)
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Redazione Esteri
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La macchina da guerra americana, nonostante la potenza di fuoco dispiegata e la retorica trionfalistica della Casa Bianca, sembra essersi incagliata in un conflitto che mostra crepe inaspettate nel fronte militare e logistico. Mentre il presidente Donald Trump – tornato alla guida degli Stati Uniti e determinato a chiudere la partita mediorientale – annunciava un’offensiva destinata a durare ancora “due o tre settimane” di bombardamenti intensivi, il Pentagono si trova a fare i conti con una realtà più opaca e preoccupante di quanto i comunicati ufficiali lascino intendere. Fonti qualificate, tra cui un ex funzionario dell’amministrazione e due attuali esperti della Difesa sentiti da Politico, rivelano che gli Stati Uniti sono praticamente “bloccati” in Iran per una ragione controintuitiva: stanno esaurendo gli obiettivi strategicamente rilevanti da colpire. Il paradosso è evidente: più si allunga la lista dei bersagli dichiarati distrutti, più diventa difficile trovare nuovi siti il cui danneggiamento possa realmente scardinare la capacità di resistenza di Teheran.
L’intelligence smonta la narrativa: missili e droni ancora pronti al lancio
Se da un lato Trump descrive un nemico in ginocchio, dall’altro i rapporti riservati dei servizi segreti dipingono un quadro completamente diverso, gettando ombre sulla tempistica del ritiro. Secondo una valutazione dell’intelligence statunitense a cui ha avuto accesso la CNN, l’Iran conserva ancora “migliaia di droni e missili pronti al lancio”, con circa la metà delle sue piattaforme di lancio ancora intatte nonostante le continue ondate di raid. Una delle fonti ha usato parole drammatiche per descrivere lo stato delle cose: “Sono ancora pronti a scatenare il caos più totale in tutta la regione”. Questa discrepanza – tra l’annunciata “distruzione totale” delle capacità militari iraniane e la fotografia scattata dai satelliti della Difesa – rischia di trasformare le prossime settimane in una trappola strategica. Il tempo concesso dai vertici militari, infatti, non è ritenuto sufficiente per scovare e neutralizzare le scorte di missili balistici nascosti nei bunker sotterranei, mentre per Teheran rappresenta una finestra perfetta per portare avanti una strategia economica quanto efficace: il blocco di Hormuz.
Il grattacapo Tomahawk: armi finite e forniture a rischio
A complicare ulteriormente lo scenario c’è un problema logistico di non poco conto, che riguarda le viscere stesse dell’arsenale americano. L’intensa attività bellica in Medio Oriente ha letteralmente prosciugato le scorte di munizioni a lungo raggio, creando un effetto domino che si sente fino in Estremo Oriente. Bloomberg riferisce che la fornitura al Giappone di 400 missili da crociera Tomahawk – ordinati dagli alleati nipponici – rischia pesanti ritardi a causa della riduzione degli stock. La ragione è matematica: oltre 500 di questi preziosi missili sono già stati impiegati per colpire obiettivi in Iran, un consumo che ha allarmato non pochi strateghi del Pentagono. Si stima che, solo nelle prime fasi dell’operazione, ne siano stati utilizzati centinaia, bruciando anni di produzione industriale in poche settimane. Questa carenza non solo indebolisce la pressione su Teheran, ma manda un segnale preoccupante agli alleati asiatici, che vedono vacillare le promesse di sicurezza americana a causa di un fronte bellico secondario diventato troppo esoso.
Hormuz come arma: la resistenza a basso costo di Teheran
Mentre Washington dibatte su come rimpolpare un arsenale che si assottiglia, l’Iran gioca una partita diversa, basata più sull’attrito che sullo scontro diretto. La strategia iraniana, più economica che puramente tattica, si incentra sul controllo dello Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui passa una fetta significativa del petrolio mondiale. Invece di cercare una vittoria militare convenzionale, impossibile contro la superiorità aerea USA, il regime dei Mullah punta a logorare l’avversario, bloccando le rotte commerciali e facendo schizzare alle stelle i prezzi dell’energia. Un ex funzionario ha avvertito che continuare a colpire obiettivi di “importanza sempre minore” rischia di lasciare Teheran padrona del campo sullo stretto, alimentando un circolo vizioso da cui è difficile uscire senza una mossa azzardata. L’ipotesi di un’invasione di terra, mai dichiarata ufficialmente, aleggia nei corridoi del Pentagono come l’unica soluzione per smantellare le rampe mobili e i depositi interrati, ma una tale escalation spaventerebbe persino i falchi, proiettando gli Stati Uniti in un pantano senza fine.




