Strage di Viareggio, la Cassazione conferma le condanne: Mauro Moretti si costituisce in carcere
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Redazione Interno
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Giovedì 25 giugno la Quarta sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dagli imputati nel processo per la strage di Viareggio, rendendo così definitive le condanne inflitte dalla Corte d'appello di Firenze nel terzo giudizio di secondo grado.
La pronuncia della Suprema Corte ha messo la parola fine a uno dei procedimenti giudiziari più lunghi e complessi della storia recente italiana, sviluppatosi attraverso una pluralità di gradi di giudizio e rinvii, sempre incentrato sul disastro ferroviario del 29 giugno 2009, costato la vita a 32 persone e provocato oltre un centinaio di feriti.
L'ex amministratore delegato di Ferrovie dello Stato e Rete Ferroviaria Italiana, Mauro Moretti, settantatré anni, che ha sempre sostenuto la propria innocenza, si è presentato spontaneamente nel carcere di Orvieto nella serata dello stesso giorno per scontare la pena, dichiarando di accettare la decisione dei giudici e di rispettare lo Stato.
Una tragedia lunga diciassette anni
La tragedia risale alla notte del 29 giugno 2009 quando, alle 23.48, un treno merci di proprietà di Trenitalia Cargo, che trainava 14 carri cisterna carichi di Gpl, deragliò all'ingresso della stazione di Viareggio a causa del cedimento di un asse del carrello di uno dei vagoni. Il Gpl fuoriescì quindi dal serbatoio e una scintilla ne innescò l'esplosione, originando un incendio vastissimo che investì le abitazioni di via Ponchielli e via Porta Pietrasanta, causando la morte di 32 persone e il ferimento di molte altre.
Le indagini si concentrarono inizialmente su 38 persone, tra cui l'allora ad della holding Fs Mauro Moretti e i vertici di Rfi e Trenitalia, e portarono a un processo che si è articolato in tre diversi giudizi d'appello e tre passaggi in Cassazione.
La decisione della Cassazione e le condanne
I giudici della Suprema Corte, accogliendo le richieste della procura generale, hanno rigettato tutti i ricorsi, confermando le pene per tutti e 12 gli imputati, tra ex dirigenti e tecnici delle società coinvolte nella gestione e manutenzione del convoglio deragliato. Per Mauro Moretti è stata confermata la condanna a cinque anni di reclusione per disastro ferroviario colposo, incendio e lesioni colpose, mentre per gli altri imputati le pene vanno dai due ai sei anni.
Nel gennaio 2024 la Cassazione aveva già confermato la responsabilità penale degli imputati, ma aveva disposto un nuovo giudizio d'appello limitatamente alla quantificazione delle pene e all'applicazione delle attenuanti generiche. La Corte d'appello di Firenze, nel maggio 2025, aveva scelto di applicare una riduzione minima della pena, pari a un nono, per mantenere sanzioni adeguate alla "gravità eccezionale" dei fatti, motivazione che è stata ora recepita e resa definitiva dalla Cassazione.
Le reazioni e gli scenari aperti
La sentenza ha suscitato reazioni opposte. Daniela Rombi, madre di Emanuela, una delle vittime morta dopo 42 giorni di agonia, ha affermato: "Finalmente giustizia", mentre l'avvocata Ambra Giovene, difensore di Moretti, ha definito la pronuncia "profondamente ingiusta", sostenendo che l'ex manager non è colpevole e che questo è dimostrato dalle carte processuali.
Moretti, dopo essersi costituito nel carcere di Orvieto, che avrebbe scelto per la sua buona reputazione, avrebbe espresso amarezza per l'esito, ma ha accettato la decisione della magistratura. La sua difesa potrebbe comunque presentare un'istanza per ottenere gli arresti domiciliari.
Un processo che segna un precedente
Il caso Moretti, che ha portato in carcere un manager per una tragedia avvenuta a oltre 17 anni di distanza e in cui la causa del disastro è stata identificata nella rottura di un assile difettoso, revisionato all'estero da società terze, ha inevitabilmente aperto un dibattito sul principio di responsabilità penale per i vertici aziendali. Per alcuni commentatori, il processo è risponderebbe più alla "logica dello scalpo" che a quella del diritto, trasformando il ruolo dell'amministratore delegato in una sorta di responsabilità oggettiva di fatto.
Un precedente che, secondo alcuni osservatori, rischia di allontanare i manager dal settore ferroviario e di creare un problema di attrattività per posizioni di vertice in società pubbliche, spesso anche meno remunerate.




