Droni e sabotaggi in Libia: l’escalation che minaccia la raffineria di Zawiya e l’equilibrio tra est e ovest
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Redazione Esteri
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La tregua che non c’era, o che almeno qualcuno sperava ancora di poter ricucire, si è infranta contro il cielo fumoso di Zawiya, dove il fumo nero si mescola ormai da giorni alle polveri del deserto.
A circa quaranta chilometri a ovest di Tripoli, la più grande raffineria attualmente operativa in Libia è diventata il teatro di un attacco sistematico che non ha precedenti recenti, con almeno tre ondate di droni carichi di esplosivo che hanno preso di mira infrastrutture strategiche, bruciando serbatoi di carburante e mettendo a dura prova i già fragili equilibri tra le due amministrazioni che si spartiscono il Paese.
Un serbatoio contenente 4,5 milioni di litri di benzina ha preso fuoco, e i vigili del fuoco libici stanno ancora lavorando per raffreddare le strutture e scongiurare il rischio di nuove esplosioni, mentre le fiamme, sebbene in parte domate, minacciano di riaccendersi in qualsiasi momento nelle aree ancora incandescenti dell'impianto.
Zawiya nel mirino: il costo di un attacco prolungato
I danni provocati dai velivoli senza pilota non si limitano però alla sola area della raffineria: un attacco ha infatti centrato anche una sottostazione elettrica, causando un blackout che ha lasciato al buio vaste zone a sud della città, dove la vita quotidiana si era già fatta complicata tra razionamenti e instabilità. E non è finita qui: nei raid precedenti erano stati già colpiti un deposito di nafta e un impianto di desalinizzazione, un segnale chiaro che l’operazione segue una logica precisa, mirata a indebolire le capacità operative e logistiche della regione occidentale.
La scelta di bersagli civili, o comunque infrastrutture essenziali per la popolazione, aggrava il quadro umanitario in un territorio che da anni convive con carenze idriche ed energetiche; eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, nessuna fazione ha ancora rivendicato ufficialmente la paternità degli attacchi, alimentando il sospetto che dietro i droni si muovano forze esterne o interne difficili da inquadrare con precisione.
Il nodo politico-militare tra Tripoli e Bengasi
La tensione, in realtà, non è mai veramente scemata dopo il 2014, quando il Paese si è spezzato in due tronconi: da una parte il Governo di Unità Nazionale guidato da Hamid Dbeibah, riconosciuto dalla comunità internazionale e insediato a Tripoli, e dall'altra il cosiddetto Governo di stabilità nazionale che opera nella zona orientale, sotto l'influenza del generale Khalifa Belqasim Haftar, il potente comandante che controlla gran parte del territorio a est e che già in passato ha dimostrato di non temere il confronto militare per allargare la propria sfera d'influenza.
Il fragile cessate il fuoco che aveva retto fino a qualche settimana fa, nonostante le schermaglie, sembra oggi un ricordo lontano: gli attacchi contro Zawiya rappresentano un'escalation significativa, perché toccano il cuore dell'economia di Tripoli, che dipende in larga misura dalle esportazioni petrolifere e dal funzionamento degli impianti costieri.
La posta in gioco, del resto, è altissima: chi controlla il petrolio controlla le risorse e, di fatto, il futuro politico della Libia, e lo scontro tra le due amministrazioni riflette un conflitto più ampio, in cui si intrecciano rivalità tribali, interessi economici e il peso di potenze regionali che vedono nel caos libico un'opportunità per estendere la propria egemonia.
Un vuoto di potere che si allarga
Ma l’escalation non si ferma ai bombardamenti: nelle ultime ore si sono registrate altre scosse che fanno presagire un deterioramento della situazione, a cominciare dall’assassinio di un alto ufficiale militare della compagine orientale, un episodio che getta ombre sulle dinamiche di sicurezza all'interno dello schieramento di Haftar e che potrebbe innescare reazioni imprevedibili sul terreno.
A questo si aggiunge la decisione del governatore della Banca centrale libica di rassegnare le dimissioni, un gesto che appare come una bomba ad orologeria per l'economia del Paese: la Banca centrale è infatti l'unica istituzione che, nonostante le divisioni politiche, ha mantenuto un minimo di unità funzionale, gestendo le entrate petrolifere e tentando di evitare il collasso finanziario.
Con le dimissioni del suo numero uno, e con le divisioni che si acuiscono tra est e ovest, il rischio concreto è che venga meno anche quell'ultimo argine che impediva una frammentazione totale delle casse statali, aprendo la strada a una vera e propria guerra valutaria che colpirebbe duramente una popolazione già stremata.
L’incognita del dopo-Haftar e il ruolo di Tripoli
Le due amministrazioni, peraltro, non comunicano più da giorni, e i tentativi di mediazione promossi dall’Onu e da alcuni Paesi vicini sembrano arenarsi di fronte alla forza dei fatti: l’attacco a Zawiya, il sabotaggio degli impianti elettrici, la morte dell’ufficiale e le dimissioni del governatore compongono un quadro di crescente disordine che nessuna dichiarazione di circostanza può nascondere.
Le forze di sicurezza a Tripoli, nel frattempo, hanno rafforzato i controlli intorno alla raffineria e alle strutture sensibili, mentre i comandanti locali preferiscono rimanere in attesa, pronti a schierarsi ma senza esporsi, in un clima di sospetto che alimenta le peggiori speculazioni.
La domanda che molti osservatori si pongono, in queste ore, è se l'escalation sia un'operazione mirata a indebolire il premier Dbeibah per favorire un'alternativa politica nella capitale, oppure se si tratti di una reazione a catena scatenata da attori esterni che vogliono testare la tenuta del sistema libico; una domanda che al momento resta senza risposta, mentre i vigili del fuoco continuano a gettare acqua sulle cisterne ancora calde e le autorità locali cercano di quantificare i danni senza avere il pieno controllo della situazione.
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