Il paradosso della serie A: più stranieri, meno futuro per l’italia che gioca
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Redazione Sport
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Guardando una partita della serie A, capita talvolta di avvertire una strana sensazione: quella che i nomi sullo schermo, uno dopo l’altro, non suonino familiari. Non si tratta, beninteso, di un esercizio di nostalgia o di un’idealizzazione del “calcio di una volta”, quanto piuttosto di una percezione che i numeri, ormai da diverse stagioni, trasformano in certezza statistica. Il campionato italiano, infatti, si conferma il più internazionalizzato d’Europa, con una percentuale di calciatori stranieri che in questa stagione ha toccato quota 69,3% tra i calciatori effettivamente in campo. Per avere un termine di paragone – e comprendere meglio il fenomeno – basti pensare che la Liga, pur essendo un campionato di assoluto prestigio, si ferma al 43,4%. Un divario, questo, che non rappresenta di per sé un giudizio sulla qualità del gioco espresso dalle nostre squadre, ma che solleva interrogativi precisi sul futuro del movimento italiano.
Una legge, quella Melandri, finita sotto la lente dell’Aic
Proprio mentre la Federazione aspetta un nuovo presidente che possa, chissà, guidare una riforma strutturale del calcio, l’Associazione italiana calciatori (Aic) ha scelto di rivolgersi direttamente al governo. La richiesta, avanzata dal presidente Umberto Calcagno, è chiara e circostanziata: modificare la legge Melandri per aumentare in modo significativo – “decuplicare”, usa proprio questo verbo – quell’uno per cento dei ricavi provenienti dai diritti televisivi che oggi viene destinato ai club i quali, in serie A e in serie B, danno spazio ai giovani italiani. Una misura, secondo l’associazione di categoria, indispensabile per offrire un sostegno concreto alla Nazionale, senza affidarsi soltanto alla buona volontà delle singole società.
L’ombra dei Mondiali e un dato che fa riflettere
Non è un caso, del resto, che il dibattito si riaccenda proprio ora: l’eliminazione dell’Italia ai playoff validi per i Mondiali – la terza consecutiva, va ricordato, un’assenza che pesa come un macigno – ha riportato con forza l’attenzione sul numero di talenti nostrani impiegati regolarmente nel massimo campionato. Le analisi comparative con gli altri paesi europei restituiscono un quadro tutt’altro che rassicurante: la serie A, con il 67,5% di calciatori stranieri sul totale degli effettivi, guida questa poco invidiabile classifica dell’internazionalizzazione. E se è vero, come è vero, che una percentuale elevata di stranieri non equivale automaticamente a un declino della Nazionale, è altrettanto vero che la correlazione, in assenza di contromisure, comincia a diventare un’evidenza difficile da ignorare.
Un paradosso tutto italiano tra numeri assoluti e percezione
C’è poi un ulteriore elemento di complessità, spesso trascurato nel dibattito pubblico. Se si guarda ai numeri assoluti – si legge nei rapporti di settore – la serie A impiega comunque una certa quantità di calciatori italiani, ma il problema è squisitamente proporzionale. La forbice con la Liga, tanto per rimanere all’esempio precedente, è talmente ampia da rendere legittima una domanda: dove giocheranno, domani, i centrocampisti e i difensori che dovrebbero indossare la maglia azzurra? La risposta, per ora, non l’ha data nessuno. E mentre le società rincorrono risultati immediati, spesso affidandosi a profili stranieri già pronti, il vivaio italiano rischia di restare un serbatoio sempre più in secondo piano. Una dinamica, questa, che nessuna legge – se non accompagnata da una volontà politica e sportiva condivisa – potrà invertire da sola.




