il fallimento di Kiev nel Kursk e gli errori del comando Nord

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La regione di Kursk, teatro di aspri scontri negli ultimi mesi, è tornata sotto il controllo delle forze russe dopo un’offensiva che ha messo in luce le difficoltà strategiche e operative dell’esercito ucraino. Quella che doveva essere una vittoria simbolica per Kiev, un “fiore all’occhiello” da sfruttare in eventuali negoziati futuri, si è trasformata in un clamoroso fallimento, culminato con la destituzione del maggiore Dmitry Krasilnikov, responsabile delle operazioni nella zona. Nonostante le pesanti perdite subite, le truppe russe hanno respinto l’avanzata ucraina, consolidando la propria posizione e lasciando Mosca in una posizione di forza nel caso di un congelamento del conflitto.

Lo Stato maggiore ucraino, tuttavia, ha respinto le accuse di accerchiamento, definendole “invenzioni russe” volte a esercitare pressioni politiche. “I nostri soldati stanno respingendo le azioni offensive nemiche e infliggendo danni significativi”, ha dichiarato un portavoce, citato da Rbc-Ucraina, in risposta alle dichiarazioni di Donald Trump, che aveva parlato di una situazione critica per le truppe di Kiev. Nonostante le rassicurazioni, però, la riconquista russa del Kursk rappresenta un duro colpo per le ambizioni ucraine, soprattutto in un contesto in cui Mosca continua a rivendicare il controllo sui territori filorussi di Crimea, Donetsk, Luhansk, Kherson e Zaporizhzhia.

Intanto, la situazione umanitaria nella regione si è fatta sempre più critica, con migliaia di civili evacuati dalle zone di combattimento. Le dichiarazioni del Cremlino, che ha offerto alle truppe ucraine la scelta tra la resa o la morte, hanno ulteriormente inasprito il clima, mentre la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha accusato l’Italia di diffondere “menzogne” sulla minaccia nucleare, portando alla convocazione dell’ambasciatore russo a Roma da parte del ministro degli Esteri Antonio Tajani

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