Olimpiadi di Milano Cortina, tra l’oro di Brignone nel superG e la squalifica dell’ucraino Heraskevych per il casco della memoria
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Redazione Interno
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Si è aperta all’insegna del trionfo azzurro e, al contempo, di una controversia destinata a lasciare il segno, la giornata di giovedì 12 febbraio ai Giochi invernali di Milano Cortina. Sulla nebbiosa pista Olimpia delle Tofane, teatro di una delle discese più iconiche dello sci alpino, Federica Brignone ha messo a segno un’impresa che sino a pochi mesi fa appariva ai più come un azzardo più che una possibilità concreta. La trentacinquenne valdostana, reduce da quell’infortunio dello scorso aprile – frattura pluriframmentaria del piatto tibiale e della testa del perone, oltre alla rottura del legamento crociato – che aveva sollevato più di un dubbio circa un suo eventuale ritorno ai massimi livelli, ha invece offerto una prova di forza muscolare e mentale difficilmente eguagliabile. Con il tempo di 1’23”41, la portabandiera del Centro Sportivo Carabinieri ha lasciato a 41 centesimi la francese Romane Miradoli e a 52 l’austriaca Cornelia Hütter, aggiornando la propria personale collezione di allori olimpici: quel bronzo in gigante a PyeongChang 2018, l’argento in gigante e il bronzo in combinata a Pechino 2022 non avevano ancora il colore dell’oro, e la “Tigre” di La Salle, come la chiamano per quella feroce determinazione che ne ha segnato l’intera carriera, ha atteso fino a trentacinque anni per completare il cerchio. La sua quarta medaglia iridata è arrivata sotto lo sguardo attento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e di Deborah Compagnoni, ultima italiana a riuscirci trentaquattro anni fa ad Albertville; una coincidenza che aggiunge, se mai ce ne fosse bisogno, uno strato di narrazione epica a una giornata già di per sé densissima.
La rimonta silenziosa e l’amarezza nel vento di Cortina
Se il successo di Brignone ha il sapore del riscatto personale e della pazienza strategica, la gara ha raccontato anche l’altra faccia della medaglia, quella di un’uscita di scena dolorosa per Sofia Goggia. L’atleta bergamasca, che sulla pista amica di Cortina aveva costruito il proprio status di favorita, viaggiava con un vantaggio ragguardevole di 68 centesimi su Brignone quando, nel tratto intermedio del tracciato, una traiettoria troppo tesa l’ha costretta a mancare una porta. Non una caduta rovinosa, almeno fisicamente, quanto piuttosto un silenzioso arrendersi della tecnica di fronte all’eccesso di aggressività. La Goggia, quella stessa che pochi giorni orsono aveva raccolto il bronzo in discesa, si è fermata in mezzo al pendio mentre il cronometro continuava a scorrere inesorabile, e si è tolta il casco con la stessa naturalezza con cui si chiude un libro a metà. Il presidente Mattarella, presente sugli spalti, ha serrato lo sguardo, e Federica stessa, una volta giunta a valle, si è portata le mani alla nuca quasi a voler scacciare l’incredulità per la sorte della compagna e, forse, per l’improvvisa consapevolezza di un destino che le stava consegnando l’unico metallo prezioso ancora mancante nella sua bacheca. Le parole della stessa Goggia, spese subito dopo la gara per elogiare il percorso di recupero di Brignone, hanno testimoniato una lealtà che in certi ambienti sportivi, fatti di rivalità feroci e sponsor incrociati, non è affatto scontata; eppure, dietro quel sorriso di circostanza, traspare l’amarezza per un’Olimpiade che sulla carta doveva consacrarla due volte e che invece le ha regalato soltanto sprazzi e rimpianti.
Il ghiaccio che tradisce e quello che incorona
Mentre lo sci alpino occupava le prime pagine dei quotidiani e le aperture dei telegiornali, il ghiaccio di Milano offriva un contraltare fatto di rotelle affilate e resistenza aerobica. Nel pattinaggio di velocità, Francesca Lollobrigida ha raccolto l’eredità del suo recente oro nei 3000 metri presentandosi al via dei 5000 con l’intenzione di trasformare una prestazione eccellente in una abitudine. La pista lunga, quella disciplina che richiede una miscela quasi alchemica di potenza esplosiva e controllo della frequenza cardiaca, vedrà l’azzurra competere nel pomeriggio avanzato; il bis dopo il trionfo dei 3000 è obiettivo dichiarato, sebbene il curriculum delle avversarie nordiche consigli una prudenza che non significa affatto rinuncia. In serata, poi, l’attenzione si sposterà sullo short track, dove Arianna Fontana si giocherà nei 500 metri l’ingresso in una dimensione statisticamente riservata ai monumenti dello sport italiano. Dodic i metalli già al collo, compreso l’oro della staffetta mista conquistato nei giorni scorsi insieme a Confortola, Nadalini, Sighel e Betti, una medaglia oggi la porterebbe a quota tredici, eguagliando quel leggendario Edoardo Mangiarotti il cui palmarès nella scherma sembrava destinato a rimanere intangibile. Non è solo una questione aritmetica, intendiamoci: è la certificazione che una carriera lunga vent’anni può ancora concedere margini di miglioramento anche quando l’età anagrafica, per uno sport fatto di contatti e decimi di reazione, suggerirebbe invece un lento e dignitoso defilarsi.
Lo skeleton e il silenzio di un casco che non parlerà
Sulla pista “Eugenio Monti” di Cortina, intanto, lo skeleton maschile ha preso il via con l’azzurro Amedeo Bagnis saldamente ancorato al terzo posto dopo la prima run. Un crono di 56”37 che lo pone a soli 16 centesimi dal britannico Matt Weston, il quale ha stabilito il nuovo record della pista, e a 10 centesimi dal tedesco Axel Jungk. Bagnis, che pure ha accusato qualche lieve sbavatura nella discesa, sembra possedere quel mix di audacia e freddezza necessario su un tracciato che non perdona sbilanciamenti; l’altro italiano, Mattia Gaspari, al momento insegue in decima posizione. Ma la notizia che giunge dal settore skeleton, purtroppo, non riguarda soltanto i tempi sul cronometro. Il Comitato Olimpico Internazionale ha infatti comunicato la squalifica dell’ucraino Vladyslav Heraskevych, il quale aveva intenzione di scendere con un casco decorato con le immagini di ventiquattro atleti connazionali caduti nel conflitto con la Russia. La presidente della commissione atleti del Cio, Kirsty Coventry, ha incontrato personalmente l’atleta nella speranza, poi rivelatasi vana, di trovare una composizione bonaria della vertenza: all’ucraino era stato proposto di esporre il cosiddetto “casco della memoria” prima e dopo la gara, indossando in pista una semplice fascia nera al braccio, compromesso che Heraskevych ha però respinto al mittente. «Non voglio tradire la memoria di questi ragazzi», ha dichiarato l’atleta, la stessa persona che a Pechino 2022, due giorni prima dell’invasione russa, mostrò un cartello con la scritta “No war in Ukraine”. La squalifica, contro la quale la delegazione ucraina ha già preannunciato ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport, riapre la spinosa questione del confine tra gesto atletico e messaggio politico, confine che il Cio, con una coerenza per alcuni discutibile ma giuridicamente ineccepibile, intende presidiare con rigore. Resta il fatto che sulle Tofane, mentre Brignone festeggiava e Goggia raccoglieva i cocci del suo slancio, un ragazzo di Kiev è stato privato del suo momento olimpico senza nemmeno avere la possibilità di gareggiare.




