La nuova legge elettorale e le contraddizioni del centrosinistra

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Si accende lo scontro politico intorno allo “Stabilicum”, la proposta di riforma della legge elettorale che il centrodestra ha depositato in queste ore alla Camera e al Senato, un testo che, nelle intenzioni dei suoi promotori, dovrebbe garantire governabilità e porre fine alle larghe intese post-elettorali, ma che ha immediatamente scatenato un putiferio nelle opposizioni. Il meccanismo, nella sua architettura fondamentale, prevede un sistema proporzionale corretto da un robusto premio di maggioranza – settanta seggi alla Camera e trentacinque al Senato – che viene assegnato alla coalizione la quale riesca a superare la soglia del quaranta per cento dei consensi a livello nazionale, un premio che, secondo i costituzionalisti più attenti, si mantiene entro i paletti fissati dalla giurisprudenza della Corte costituzionale per non alterare in modo irragionevole il rapporto tra voti e seggi. Non solo: il testo base, che attualmente esclude le preferenze per blindare le liste e i capilista, non contempla nemmeno l’indicazione del nome del candidato premier direttamente sulla scheda elettorale, limitandosi a richiederne l’associazione al programma di coalizione, e prevede un ballottaggio eventuale, ma solo in quel caso di scuola residuale in cui nessuna coalizione raggiunga il 40% e due di esse si collochino in una forchetta tra il 35 e il 40 per cento.

Ed è proprio su questi nodi tecnici, apparentemente oscuri ai più, che si è sviluppata la reazione del Partito Democratico e delle altre forze di opposizione, una reazione che appare tuttavia meno lineare di quanto le dichiarazioni pubbliche lascerebbero intendere. Se da un lato Elly Schlein parla di “arma di distrazione di massa” finalizzata a deviare l’attenzione dall’imminente referendum sulla giustizia e Nicola Fratoianni di Avs invita i suoi a non cadere in trappola e a concentrare il fuoco sulla riforma Nordio, dall’altro lato, nei corridoi di Montecitorio, circola una narrazione differente, decisamente più sotterranea: la bozza del centrodestra, infatti, con la soglia di sbarramento al tre per cento e con quel premio di maggioranza che incentiva le coalizioni, non dispiace affatto a pezzi consistenti del cosiddetto Campo largo. Basta sfogliare gli archivi parlamentari di un decennio fa, peraltro, per scoprire che il meccanismo del premio alla coalizione che ottiene il 40% era esattamente il cuore degli emendamenti presentati all’Italicum da esponenti di spicco del Partito Democratico come Anna Finocchiaro e Luigi Zanda tra il 2014 e il 2015, a riprova del fatto che le urla di oggi nascondono una prudente valutazione dei vantaggi che una legge scritta male, secondo loro, potrebbe comunque riservare.

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