Il fantasma della bomba e il diritto alla libertà, la battaglia per l’Iran che divide gli esuli
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Redazione Esteri
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La recente escalation che ha portato all’eliminazione del leader religioso iraniano ha riacceso i riflettori su una tensione latente da decenni, una tensione che affonda le radici nella paura più atavica dell’Occidente: quella di un regime teocratico, già bollato come canaglia, in possesso dell’arma nucleare. È un timore, questo, che ha attraversato amministrazioni e governi, e che oggi, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, riemerge con prepotenza, spingendo per una soluzione radicale che non si fermi ai negoziati, ai cosiddetti accordi intermedi che per anni hanno solo rimandato il problema. Nessuno, tra gli analisti seri e i governi mondiali, fatta eccezione per alcune voci fuori dal coro come quella del sociologo Alessandro Orsini, sarebbe disposto ad accettare l’idea di una valigetta nucleare in mano agli Ayatollah, un’eventualità contro cui si combatte, con interventi mirati e sanzioni, da almeno un ventennio.
Il paradosso, in questa guerra che non ha dichiarazioni formali ma si combatte con droni e attacchi chirurgici ai siti di Fordow, Natanz o Isfahan, è che a esultare per la morte del dittatore non sono solo i falchi di Washington o di Tel Aviv, ma una parte significativa della diaspora iraniana. Molti di loro, costretti all’esilio dopo la sanguinosa repressione seguita alle proteste per "Donna, Vita e Libertà", vedono nell’intervento militare l’unica leva in grado di scardinare un sistema che ha ridotto al silenzio ogni dissenso. Tra questi c’è Sara Moradi, attivista dell’associazione Donna Vita e Libertà, che dall’Italia, dove vive dal 2019, osserva con sentimenti contrastanti gli eventi. Da un lato, confessa di provare sollievo per la fine di Khamenei, una figura che per lei incarna l’oppressione, ma dall’altro lancia un monito che suona come una crepa nel muro dell’entusiasmo generale: la guerra, quella combattuta da potenze straniere, non era e non è l’unica opzione possibile.
Moradi, e con lei molti altri attivisti incontrati in presidi e manifestazioni davanti ai parlamenti europei, sottolineano come la propaganda degli Stati Uniti e di Israele sia talmente potente da far passare il loro intervento armato come l’unica via di liberazione per l’Iran. Una narrazione, questa, che rischia di oscurare il lavoro certosino fatto dalla società civile, dalle donne che hanno sfidato l’obbligo del velo, dai giovani impiccati per aver gridato "Donna, Vita e Libertà" durante le sommosse popolari. Loro chiedono giustizia, non vendetta, e temono che un cambio di regime imposto dai bombardamenti possa semplicemente sostituire una dittatura con un'altra, o peggio, far precipitare il paese nel caos come già accaduto in altre nazioni dilaniate dalle primavere arabe finite male.
I fantasmi del passato e la nuova offensiva psicologica
Per comprendere la complessità dell’attuale conflitto, occorre fare un passo indietro e riavvolgere il nastro di una storia costellata di invasioni e tradimenti. Il Golfo è una polveriera innescata nel lontano 1980, quando Saddam Hussein, forte dell’appoggio occidentale, attaccò l’Iran rivoluzionario dando vita a una guerra lunga e sanguinosa che seminò odio e distruzione. E fu proprio quello stesso Saddam, colui che aveva usato armi chimiche contro i civili, a invadere il Kuwait nel 1990, innescando la reazione fulminea di una coalizione internazionale che, a differenza di quanto accaduto con l’Iran, non esitò a intervenire per difendere la sovranità di un piccolo stato petrolifero. Quella memoria storica è ancora viva negli iraniani, che ricordano l’indifferenza del mondo mentre le loro città venivano rase al suolo.
Oggi, però, il campo di battaglia non è più solo fisico, ma anche digitale. Accanto alle bombe intelligenti e ai droni kamikaze, infuria una guerra narrativa fatta di disinformazione, video generati dall’intelligenza artificiale e vecchie immagini di repertorio spacciate per attacchi missilistici in corso. Questa "nebbia di guerra" virtuale, come è stata definita, rende ancora più complesso districarsi tra i veri obiettivi colpiti e le sorti della popolazione civile. Mentre le potenze si affrontano a colpi di sanzioni e dichiarazioni bellicose, sono i civili, intrappolati tra i raid della coalizione e la repressione interna, a pagare il prezzo più alto. La posta in gioco, oltre alla libertà di un popolo, rimane il controllo di una delle rotte energetiche più cruciali del pianeta: lo stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta consistente del petrolio mondiale, un'arteria vitale che nessuna potenza può permettersi di vedere bloccata.




