Il sindaco Pardini bloccato a Sant’Anna, la democrazia contesa tra la memoria e la piazza
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Redazione Interno
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Il simbolo, si sa, pesa più delle parole. E ieri mattina, sulla strada che porta a Sant’Anna di Stazzema, il simbolo ha assunto i contorni di un corpo umano incatenato a un guard rail, a sbarrare il passo al primo cittadino di Lucca, Mario Pardini. Quella che doveva essere la quarta commemorazione ufficiale della strage del 12 agosto 1944, per il sindaco, si è trasformata in un braccio di ferro durato un’ora, tra la tentata marcia forzata verso la cima e il ripiegamento a valle, prima di un secondo, riuscito assalto al varco.
Alla fine, Pardini è passato, ma la scena aveva già consegnato alla cronaca un’immagine potente: quella di un’autorità costituita fermata da un gruppo di giovani che, con la catena e la protesta, rivendicavano il diritto di dire la loro su una cerimonia che, da sempre, dovrebbe appartenere allo Stato e alla collettività. “Non puoi passare”, il senso del blocco, come a ricordare che la memoria, a settant’anni di distanza, resta un campo minato su cui nessuno può avanzare senza il consenso di chi quella carneficina l’ha subita sulla propria pelle.
La replica del sindaco e il senso dell’ostruzionismo
“E’ democrazia, non farmi partecipare?”, avrebbe replicato Pardini, secondo quanto riferito, nel corso del confronto. Una domanda retorica, certo, ma che tocca il nodo centrale della vicenda. La democrazia, però, è anche la possibilità di opporsi, di mettere in discussione le modalità di una celebrazione che molti, da anni, considerano troppo istituzionale, troppo rituale, e forse troppo distante dal vissuto di chi quei fatti li ha raccontati per decenni.
I manifestanti, giovani attivisti, non hanno contestato la figura del sindaco in sé, ma piuttosto la liturgia di una commemorazione che rischia di inghiottire il contenuto, preferendo le bandiere e le cariche ufficiali alla sostanza del dolore. Il blocco, insomma, era un gesto politico, scomodo e plateale, che ha costretto Pardini a negoziare il suo stesso diritto a salire, fino al ripiegamento e al successivo rientro, quasi a sottolineare come la salita a Sant’Anna non sia mai un percorso scontato, nemmeno per chi ricopre il ruolo di primo cittadino.
Le voci di ieri: da Adele Pardini al duello politico Conte-Tajani
Se il gesto dei manifestanti ha monopolizzato la cronaca del mattino, il pomeriggio ha restituito la scena ai sopravvissuti e alla politica. E in questo quadro, la memoria si è fatta ancora più viva grazie al racconto di Adele Pardini, 86 anni, una dei cosiddetti “bambini di Sant’Anna”. Lei, che di quel 12 agosto serba il ricordo indelebile della madre Bruna trucidata con in braccio la sorellina Anna di appena venti giorni – la più giovane delle 560 vittime – ha voluto lanciare un monito a chi, in queste occasioni, si prodiga in belle parole.
“Alle commemorazioni sento sempre tante belle parole, ma vorrei più fatti”, ha detto, quasi a smontare la retorica che spesso avvolge queste cerimonie. E se il suo intervento ha riportato il discorso sulla cruda realtà dei fatti, è stata invece la politica a giocarsi la scena con un duello inedito, quello tra il ministro Antonio Tajani e il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte. Un evento, questo, che ha segnato una novità assoluta: mai, prima d’ora, un ministro del governo Meloni aveva preso parte alla commemorazione dell’eccidio.
La presenza di Tajani, per molti, è stata letta come un tentativo di occupare lo spazio della “sinistra della destra”, quasi a voler dimostrare che la memoria della Resistenza può e deve essere patrimonio di tutti, senza steccati ideologici. Dall’altra parte, Conte ha invece incalzato con un discorso che sembrava già in clima di primarie, sfidando la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, su più fronti: dal no al riarmo in Ucraina alla condanna ferma dell’esercito israeliano per le stragi di bambini a Gaza, fino alla proposta di una legge che metta al bando i gadget nazifascisti.
“La Costituzione è stata scritta per affermare con chiarezza: mai più fascismo”, ha tuonato l’ex presidente del Consiglio, cercando di rilanciare una narrazione di sinistra radicale in un giorno che, invece, sembrava consacrare la pacificazione nazionale.
Il significato politico della cerimonia e le contraddizioni del presente
Quella di ieri, insomma, è stata una giornata densa di contraddizioni, che ha visto la cronaca nera e la storia mescolarsi con le tensioni del presente. La presenza contemporanea di Conte e Tajani, due leader che rappresentano poli opposti ma che per un giorno hanno condiviso lo stesso palco, è un fatto politico di non poco conto. Non si era mai visto un ministro del centrodestra a Sant’Anna, e questo ha inevitabilmente spostato il baricentro della commemorazione, trasformandola in un’occasione per misurarsi con un elettorato più ampio.
Tajani, con la sua versione “partigiana”, ha cercato di smarcarsi dalle ali più estreme del suo schieramento, mentre Conte, con il suo richiamo al lavoro, alla sanità pubblica e alla lotta alle disuguaglianze, ha provato a ricompattare il fronte progressista. Nel mezzo, la voce della sopravvissuta Adele ha fatto da contrappunto, ricordando che dietro le bandiere e i discorsi ci sono corpi e storie che nessuna mediazione politica potrà mai cancellare.
E proprio quando sembrava che il cerimoniale avesse preso il sopravvento, il gesto dei giovani incatenati al guard rail è tornato a far parlare di sé, quasi a dire che la memoria è viva solo se rimane scomoda, se continua a interrogarci e a metterci in discussione, anche a costo di bloccare un sindaco e di mettere in crisi le certezze di una democrazia che, a volte, dimentica di ascoltare il dissenso.
La strada per Sant’Anna, insomma, non è mai una passeggiata, ma un percorso accidentato che richiede responsabilità, ascolto e, forse, un po’ più di umiltà da parte di chi ha il compito di rappresentare le istituzioni.
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