San Siro, quelle designazioni concordate e il giallo dell’Inter-Roma che non finisce nel dossier
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Redazione Sport
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L’inchiesta della Procura di Milano, quella che ha messo sotto torchio il cosiddetto “sistema Rocchi”, continua a restituire un'immagine tutt’altro che limpida della gestione arbitrale nella scorsa stagione. Gli investigatori, dopo aver ascoltato una lunga serie di direttori di gara e assistenti, avrebbero ottenuto conferme importanti riguardo alle ipotesi di designazioni “pilotate” avanzate dal pm Maurizio Ascione. Il riferimento principale, in questo caso, porta dritti a San Siro e alla famosa data del 2 aprile, quando secondo l'accusa l'allora designatore avrebbe incontrato altre persone per scegliere a tavolino i fischietti delle partite decisive.
Tra le carte emerse in questi giorni, e in particolare dalle testimonianze rese spontaneamente da molti arbitri, traspare l’esistenza di una consapevolezza diffusa riguardo a un meccanismo di favori e preclusioni. Un modus operandi che avrebbe visto Gianluca Rocchi assegnare i “graditi” alle big e tenere fuori i “sgraditi” nelle gare più calde, come nel caso di Daniele Doveri (poco amato dai nerazzurri) allontanato dall’eventuale finale di Coppa Italia. Eppure, c'è una partita che pur non rientrando ufficialmente nel novero dei cinque match finiti nel mirino penale con l’ipotesi di frode sportiva, continua a bruciare come se lo fosse.
L’episodio Ndicka-Bisseck e i dubbi della sala Var
Stiamo parlando di Inter-Roma dello scorso 27 aprile 2025, finita 0-1 per i giallorossi. Un match che ufficialmente non ha generato capi d’accusa, ma che gli inquirenti stanno passando al setaccio per capire eventuali interferenze esterne. L’episodio simbolo di questa verifica è il contatto al 88’ tra il difensore romanista Ndicka e il nerazzurro Bisseck: un a corpo in area che per molti, e per lo stesso ex collaboratore arbitrale Domenico Rocca, rappresentava un rigore netto. La moviola a chiaro schermo, andata in onda solo settimane dopo, rivelò un dialogo freezer nella Var Room di Lissone.
Il Var Di Bello, al posto di suggerire l’on-field review, liquidò la trattenuta come un contatto leggero, mentre l’Avar avrebbe mostrato perplessità, venendo però zittito. Il sospetto, alimentato dall'esposto di Rocca, è che il supervisore di giornata Andrea Gervasoni abbia fatto un gesto dall’esterno (un “non bussare” fatale) per evitare la correzione dell’errore, un comportamento diametralmente opposto a quello che Rocchi stesso aveva tenuto in altre occasioni per correggere decisioni sbagliate. Una circostanza, quest’ultima, che getta un’ombra pesante sul metodo di lavoro e che Gervasoni, a differenza del suo ex capo, avrà presto l’opportunità di chiarire.
Rocchi si chiama fuori, Gervasoni resta solo davanti al pm
Le strategie difensive dei due principali indagati hanno preso binari opposti in vista degli interrogatori fissati per domani. Gianluca Rocchi, l’ex designatore che ha già scelto l’autosospensione, non varcherà la soglia del Palazzo di Giustizia. Il suo legale, Antonio D’Avirro, ha motivato la scelta con la “totale oscurità” riguardo il fascicolo: senza atti da consultare, ha spiegato, presentarsi sarebbe stato come andare incontro a un “suicidio” processuale, pur ammettendo che il suo assistito avrebbe voluto raccontare la sua versione. Una linea di silenzio che lascia inevase molte domande, soprattutto su quelle famose “bussate” al vetro della cabina Var durante Udinese-Parma, dove Rocchi sarebbe intervenuto per correggere un errore, generando però il dubbio sulla legittimità di quell’intromissione.
Rocchi ha scelto l’angolo del silenzio, ma la stessa opzione non è stata seguita da Andrea Gervasoni. L’attuale supervisore si presenterà invece davanti al pm, anche se il suo legale Michele Ducci ha sottolineato come la convocazione arrivi “al buio” e come le ipotesi di reato risultino ancora fumose. Sarà lui, quindi, a dover rispondere in prima persona delle presunte pressioni esercitate su quella famosa partita di campionato, oltre che di altri episodi minori come Salernitana-Modena. Nelle more di questi sviluppi, Josè Mourinho, a Milano per altri impegni, ha lanciato la sua stilettata: seppur dica di non voler indicare colpevoli prima della sentenza, ricorda il proverbio portoghese secondo cui “non c’è fumo senza arrosto”.
Le riunioni segrete e il ricorso respinto
Per ricostruire il puzzle, il pm Ascione ha ascoltato negli ultimi mesi una platea vastissima di direttori di gara (si parla di almeno 29 persone tra arbitri ed ex arbitri di A e B). E molti di loro, secondo fonti vicine al dossier, avrebbero confermato il meccanismo delle “designazioni concordate”, descrivendo un ambiente in cui le scelte non avvenivano solo sulla base del merito tecnico ma anche in base alle relazioni e ai gradimenti delle società. L’attenzione resta focalizzata sugli addetti ai lavori: al momento, va detto, nessun dirigente di club risulta iscritto nel registro degli indagati, concentrandosi l’inchiesta esclusivamente sulle componenti arbitrali.
Mentre il fronte giudiziario scalda i motori, quello sportivo ha già emesso le sue prime sentenze. Il Collegio di Garanzia del Coni ha infatti respinto il ricorso presentato da Antonio Zappi, il presidente dell’Aia finito nell’occhio del ciclone. La sua inibizione di 13 mesi, conseguente alla condanna per il presunto malcostume gestionale, è stata confermata, portandolo di fatto alla decadenza immediata dalla carica. Una tegola che lascia l’associazione arbitrale nell’attesa di un possibile commissariamento, a dimostrazione di come la scossa tellurica partita da Milano stia ridisegnando vertici e gerarchie di un sistema che, inevitabilmente, dovrà fare i conti con la Giustizia ordinaria prima ancora che con quella sportiva.




