Il decreto carburanti di Meloni e l’attacco delle opposizioni tra accise e referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il provvedimento varato dal governo per contrastare il caro-benzina, un decreto legge che taglia le accise di 25 centesimi al litro per i prossimi venti giorni, ha immediatamente innescato un duro confronto politico a pochi giorni dalla consultazione referendaria. La misura, pubblicata in Gazzetta Ufficiale con data 18 marzo ed entrata in vigore da oggi, prevede uno sconto alla pompa su benzina e diesel, un credito d’imposta per gli autotrasportatori e per il settore della pesca, e un rafforzamento dei poteri di controllo del Garante per i prezzi contro possibili speculazioni. L’esecutivo, che ha stanziato poco più di mezzo miliardo per questa operazione, si muove in un contesto di prezzi dei carburanti schizzati oltre i due euro al litro, una situazione che perdura da giorni e che ha spinto le opposizioni a chiedere interventi strutturali ben prima di questo decreto.

Dall’opposizione, le critiche non si sono fatte attendere e si sono concentrate non solo sulla durata limitata del provvedimento – appunto soli venti giorni – ma anche sulla sua origine. Raffaella Paita, esponente di Italia Viva, ha puntato il dito contro la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sostenendo che l’aumento delle accise alla base dell’attuale caro-carburanti sarebbe stato deciso proprio dal governo con la legge di Bilancio. “È l’origine dell’errore”, ha dichiarato Paita a Montecitorio, accusando la premier di simulare oggi un intervento per porre rimedio a una situazione che lei stessa avrebbe contribuito a creare. Un’accusa che si inserisce nel dibattito più ampio sulle scelte fiscali dell’esecutivo e sul loro impatto sulle tasche dei cittadini, già alle prese con rincari che si protraggono da settimane.

Sulla stessa lunghezza d’onda, ma con una sottolineatura politica ancor più marcata in vista dell’appuntamento referendario, si è espressa la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein. Durante un comizio a piazza del Popolo per la chiusura della campagna per il “no” al referendum costituzionale, e successivamente intervenendo in trasmissioni televisive, Schlein ha bollato il decreto come un “provvedimento elettorale”. La leader dem ha ricordato come il suo partito avesse chiesto, fin dall’inizio della crisi internazionale, di restituire ai cittadini l’extragettito Iva generato dall’aumento dei prezzi dei carburanti, una proposta che definisce delle “accise mobili”. “Giorgia Meloni deve subito restituire questi soldi ai cittadini tagliando le accise”, ha affermato Schlein, sottolineando come la premier avesse promesso, tempo fa davanti a un distributore di benzina, di abolire del tutto le accise, mentre oggi si limita a un intervento di venti giorni.

La tempistica del decreto, che cade a ridosso del voto di domenica e lunedì sul referendum, è al centro delle polemiche. Schlein ha sottolineato come il governo intervenga ora, dopo che gli italiani hanno pagato la benzina sopra i due euro al litro per giorni, e per un lasso di tempo così breve che, se la crisi internazionale non si fermerà, rischia di apparire come una mera operazione di immagine in campagna elettorale. Per i dem, la guerra in Medio Oriente costa ogni giorno agli italiani circa 16 milioni e mezzo di euro in più per il carburante, di cui quasi dieci milioni finiscono nelle casse dello Stato sotto forma di Iva; da qui la richiesta di un intervento più incisivo e duraturo, che restituisca questa liquidità ai contribuenti.

Il governo, dal canto suo, rivendica la bontà dell’intervento. La stessa Meloni, in un’intervista al Tg1 e poi sui social, ha spiegato che l’obiettivo è duplice: fermare immediatamente gli aumenti ingiustificati attraverso il taglio delle accise e, al contempo, blindare il sistema con un meccanismo che leghi il prezzo finale alla pompa all’effettivo andamento del greggio, per evitare che le risorse pubbliche finiscano per alimentare profitti speculativi. Il decreto prevede infatti sanzioni per chi non rispetta le nuove regole di trasparenza e un monitoraggio costante da parte della Guardia di Finanza e dell’Antitrust. Tuttavia, la scelta di un provvedimento così breve, se da un lato consente di valutare l’evoluzione della crisi internazionale senza impegnare risorse in modo indefinito, dall’altro espone l’esecutivo alle accuse di muoversi solo sotto la pressione dell’emergenza e dell’appuntamento elettorale.

Le reazioni del settore e le perplessità operative

Mentre il duello politico infuria, il mondo produttivo osserva con attenzione le misure, chiedendo chiarezza e continuità. La Federazione Italiana Autotrasportatori Professionali ha espresso un cauto apprezzamento per il decreto, definendolo “un primo passo” che riconosce la centralità del settore. Ma dalla stessa associazione giungono anche avvertimenti: il credito d’imposta stanziato potrebbe rivelarsi inadeguato se la crisi dovesse protrarsi, e resta il nodo dell’interazione tra la riduzione delle accise e le clausole contrattuali che regolano il fuel surcharge, che rischiano di vanificare i benefici per le imprese di autotrasporto se non verranno chiarite per tempo.

La riduzione delle accise, che porta l’aliquota a 472,90 euro per mille litri per benzina e gasolio per i prossimi venti giorni, si innesta su un quadro fiscale complesso. Come già emerso in sede di legge di Bilancio, il governo aveva programmato un riallineamento delle accise tra benzina e gasolio, un intervento che, a regime, comporterà effetti differenziati sui due tipi di carburante. Il decreto emergenziale di marzo, con il suo taglio temporaneo, modifica questa dinamica solo per un periodo limitato, creando una sorta di parentesi fiscale che, una volta terminata, riporterà il sistema alle aliquote ordinarie, con il rischio di un nuovo balzo dei prezzi alla pompa se la tensione sui mercati internazionali non sarà rientrata.

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