Il paradosso iraniano tra i veti incrociati di Washington e la macchina del consenso a Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La geometria variabile del potere, in Iran come negli Stati Uniti, sta producendo in queste ore uno scenario quanto mai fluido e contraddittorio, dove le certezze propagandistiche della Casa Bianca si scontrano con le valutazioni, ben più sfumate, della propria intelligence. A Teheran, nel frattempo, il regime incassa il colpo delle uccisioni mirate – l'ultima, in ordine di tempo, quella del ministro dell'Intelligence Esmail Khatib, la cui morte è stata ufficialmente confermata dal presidente Masoud Pezeshkian -5 – ma continua a mostrare una tenuta strutturale che sorprende gli analisti. Non si tratta, evidentemente, della sopravvivenza di questo o quel leader, bensì della resilienza di un sistema che, come una idra, pare rigenerare i propri vertici con una velocità tale da neutralizzare, almeno sul breve periodo, la strategia della "decapitazione" portata avanti da israeliani e statunitensi.

Se da una parte i caccia israeliani, come confermato dal ministro della Difesa Israel Katz, rivendicano l'eliminazione di Ali Larijani, figura chiave in quanto segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale -4, dall'altra il ministro degli Esteri Abbas Araghchi rilascia interviste in cui liquida la questione con un ragionamento quasi sociologico: la Repubblica Islamica, spiega, non è un condominio gestito da un amministratore, ma un insieme di istituzioni radicate. Una posizione, la sua, che mira a rassicurare la base e a mandare un segnale agli avversari, ma che trova un riscontro inaspettato Oltreoceano. La direttrice dell'Intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, nel corso di una tesissima audizione al Senato, ha infatti dipinto un quadro che stride con i toni trionfalistici del presidente Trump: il regime, ha detto, appare "intatto sebbene in gran parte degradato". Una formulazione, questa, che è una lama a doppio taglio, poiché riconosce il danno ma al contempo smentisce la narrazione di un collasso imminente.

Ed è proprio attorno a questa discrepanza che si è aperta una crepa nel fronte compatto dell'amministrazione. La goccia che ha fatto traboccare il vaso, o meglio, che ha reso pubblica una frattura latente, è stata la lettera di dimissioni di Joe Kent, il capo dell'Antiterrorismo. Kent, che in un post sulla piattaforma X ha motivato la sua scelta con l'impossibilità di "sostenere in buona coscienza la guerra in Iran", ha accusato Israele e la sua potente lobby di aver architettato una campagna di disinformazione per trascinare Washington in un nuovo conflitto in Medio Oriente. Un'affermazione grave, che getta un'ombra inquietante sui processi decisionali alla base dell'Operazione Epic Fury, e che è stata prontamente respinta dalla Casa Bianca, sebbene le parole di Kent abbiano il peso di chi ha combattuto e perso la propria moglie in un attentato in Siria.

La posizione di Gabbard, durante l'interrogatorio congiunto al Senato insieme ai vertici di Cia, Fbi e Nsa, è apparsa quantomeno ondeggiante. Da un lato, ha dovuto prendere le distanze dalle affermazioni del suo ormai ex sottoposto, ribadendo che spetta solo al presidente determinare cosa costituisca una minaccia imminente; dall'altro, il suo stesso rapporto scritto, quello ufficiale, conteneva una frase poi omessa nella deposizione orale, laddove si attestava che Teheran, dopo i bombardamenti di giugno, non avesse tentato di ricostruire la propria capacità di arricchimento dell'uranio. Una svista, un taglio per motivi di tempo, come ha giustificato lei, o piuttosto la prova di una linea che scricchiola sotto la pressione di un esecutivo che pretende certezze assolute?

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