Il Libano del Sud sotto le bombe di Israele: quattordici morti e nuove incursioni della Brigata Golani
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Redazione Esteri
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Il ministero della Salute libanese ha fornito un bilancio aggiornato e drammatico degli attacchi condotti da Israele nella notte tra lunedì e martedì, con raid che hanno colpito duramente sia il sud del paese sia la regione orientale della Bekáa, provocando la morte di almeno quattordici persone e ferendone altre venti, in quello che rappresenta l’ennesimo, grave capitolo di una escalation cominciata nei primi giorni di marzo. Le incursioni aeree, che hanno preso di mira, secondo quanto dichiarato da Tel Aviv, presunte infrastrutture e postazioni riconducibili alle milizie sciite di Hezbollah, si sono abbattute con particolare violenza sul villaggio di Chehabiyeh, dove sette civili avrebbero perso la vita sotto le macerie degli edifici colpiti, mentre altre località dell’area di Tiro sono state ugualmente bersagliate con raid ripetuti che hanno disseminato ulteriore terrore tra la popolazione già provata da giorni di continue evacuazioni forzate.
Nel frattempo, l’esercito israeliano ha reso nota una decisione strategica di rilevante importanza sul piano operativo e simbolico, ovvero il trasferimento della leggendaria Brigata Golani, reparto di fanteria d’élite tra i più decorati e antichi delle forze di difesa israeliane, dal settore della Striscia di Gaza al Comando Nord, un movimento di truppe che suggerisce l’intenzione di intensificare in modo sostanziale la pressione militare al confine libanese. I “baschi marroni”, come sono soprannominati i soldati di questa unità il cui colore richiama la terra contesa, hanno dunque ricevuto l’ordine di prepararsi a operare all’interno del Sud del Libano, dove non si tratterebbe più soltanto di condurre attacchi aerei ma di rafforzare quelle posizioni avanzate che già da alcuni giorni reparti israeliani stanno occupando per creare quella che il governo di Benjamin Netanyahu definisce una “fascia di sicurezza” funzionale a tenere lontane dalla linea di confine le postazioni dei miliziani filo-iraniani.
La notte di fuoco sui sobborghi di Beirut e la strategia della tensione
Gli attacchi, come documentato dalle agenzie internazionali, non si sono limitati alle zone rurali del sud ma hanno nuovamente preso di mira la periferia meridionale di Beirut, considerata una roccaforte inespugnabile di Hezbollah sia come movimento politico sia come struttura armata, con raid che hanno fatto tremare la capitale libanese e costretto molti residenti a fuggire in preda al panico per le strade, mentre colonne di fumo nero si levavano all’orizzonte. L’aviazione israeliana, dopo aver intimato tramite volantini e messaggi sui social l’evacuazione immediata di numerosi edifici in varie aree del paese, ha esteso il raggio delle proprie operazioni fino al centro di Beirut, dove un attacco missilistico ha centrato un appartamento residenziale nel quartiere di Aisha Bakkar, sebbene per questo specifico episodio non siano stati ancora divulgati dati certi sul numero delle vittime.
La giustificazione addotta da Israele, come riferito dai portavoce militari e dal colonnello Avichay Adraee, resta invariata nella sua formulazione: si tratta di colpire con forza considerevole gli interessi e i mezzi militari di Hezbollah per neutralizzare la minaccia rappresentata dai continui lanci di razzi e droni verso il nord di Israele. In questo contesto, le immagini diffuse dai canali ufficiali dell’esercito mostrano aerei in volo e obiettivi che vengono centrati con precisione chirurgica, ma sul terreno la realtà è fatta di soccorritori che scavano tra le macerie e di paramedici che, come riferito da fonti libanesi, risultano tra le vittime accertate nei bombardamenti su località come Hanouiyeh, quasi a sottolineare quanto sia labile il confine tra obiettivi militari e infrastrutture civili in un conflitto che ormai non conosce tregua.




