Libano nel mirino, la tregua con Israele si sgretola tra nuove vittime e incursioni
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Redazione Esteri
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La cosiddetta “linea gialla” in mare, che dovrebbe delimitare le rispettive zone economiche e le risorse legate al gas, rischia di diventare l’ennesimo fronte di una guerra che il Libano non ha mai smesso di subire. Da venerdì la regione di Nabatieh – situata strategicamente a nord del fiume Litani – è tornata sotto il fuoco dell’artiglieria israeliana, in un’escalation che ha spinto Tel Aviv a intimare l’evacuazione agli abitanti di altri nove villaggi disseminati lungo il confine meridionale. L’agenzia di stampa libanese National News Agency (Nna) ha documentato bombardamenti particolarmente intensi a Habboushe, Kfar Dajal, Lawzieh e Shoukin; e sono proprio questi ultimi centri – come al-Lwaiza e Ain Baal – ad aver pagato il prezzo più alto in termini di vite umane, con almeno otto civili rimasti uccisi nei raid nelle prime ore di sabato. Il portavoce dell’esercito israeliano ha fatto sapere che le operazioni mirano a colpire quelli che definisce «obiettivi di Hezbollah», ma la controffensiva della milizia sciita non si è fatta attendere: Hezbollah ha lanciato droni verso l’Alta Galilea, rompendo di fatto la fragile quiete che sembrava essersi instaurata dopo l’accordo del 17 aprile scorso.
Un bilancio che continua a salire, un cessate il fuoco violato giorno dopo giorno
I numeri diffusi dal ministero della Salute libanese parlano chiaro e raccontano una strage quotidiana che ormai non accenna a fermarsi. Dal 2 marzo scorso – data in cui è iniziata l’ultima ondata significativa di attacchi – il conteggio delle vittime ha raggiunto quota 2.659 morti, con 8.183 feriti che ingombrano gli ospedali di Beirut e del Sud. Secondo i dati forniti all’agenzia Anadolu, solo nelle ultime 24 ore sono state uccise 41 persone e altre 11 sono rimaste ferite. Non si tratta di vittime collaterali in un conflitto lontano, bensì di genocidio vero e proprio – come denunciano ormai fonti internazionali – considerando che l’esercito di occupazione israeliano continua sistematicamente a violare il cessate il fuoco firmato lo scorso novembre. A marzo, ad esempio, un drone israeliano aveva già colpito un’auto civile nella zona di Yohmar al-Shaqif, uccidendo tre persone che il军方 ha successivamente identificato – a suo dire – come comandanti militari di Hezbollah. E la scorsa settimana una struttura nel quartiere Dahiyeh di Beirut, roccaforte del partito di Dio, è stata distrutta da un attacco mirato contro un deposito di droni.
Libano in trappola, la mediazione Usa arranca tra Beirut e Tel Aviv
Il paese dei cedri si ritrova così in una morsa impossibile: da un lato la pressione militare israeliana, dall’altro la fragilità di un governo che non riesce a controllare Hezbollah. E in mezzo ci sono gli Stati Uniti, la cui amministrazione – con Trump tornato presidente da oltre un anno – cerca di non far affondare del tutto l’accordo raggiunto ad aprile. Il comandante dell’esercito libanese, generale Rudolf Haykal, ha incontrato il generale statunitense Joseph Clearfield – che guida il comitato di monitoraggio del cessate il fuoco – nel tentativo di salvare quanto resta di un’intesa che appare ormai appesa a un filo. Clearfield, come ricordano le cronache, è stato più volte chiamato a mediare con i vertici militari libanesi presso la base aerea di Beirut, dove si discute del graduale ritiro israeliano dai cinque avamposti ancora occupati nel Sud del Paese. Intanto però i carri armati avanzano, i caccia bombardano e la popolazione civile – come sempre – paga il conto più salato.
Raids, evacuazioni e accusa di scudi umani: la strategia israeliana
L’esercito israeliano giustifica le sue operazioni con la necessità di smantellare le infrastrutture di Hezbollah, che – a detta dei vertici militari – verrebbero cinicamente posizionate in mezzo ai civili. “[Hezbollah] ha centrato le sue infrastrutture terroristiche nel cuore della popolazione civile”, si legge in una nota delle forze di difesa, che accusano la milizia di usare i libanesi come scudi umani. Un modus operandi, questo, che sarebbe emerso chiaramente durante i raid su Dahiyeh di fine marzo, quando la popolazione venne avvisata tramite volantini e colpi di avvertimento prima di procedere alla distruzione dei depositi di droni. Tuttavia, per gli osservatori internazionali – e per lo stesso governo libeno – queste spiegazioni non bastano a giustificare l’ondata di violenza che ha spazzato via decine di vite innocenti in villaggi come Zawtar al-Sharqiyah, Burj Qalawiyah e Majdal Zoun. La Turchia, attraverso il suo ministero degli Esteri, ha condannato senza mezzi termini questi attacchi, definendoli «un plateale disprezzo del diritto internazionale». Ma intanto, dalle montagne del Sud alle periferie di Beirut, il Libano continua a bruciare.




