L'Europa alla vigilia del 2027: il voto in Francia, Spagna e Italia e la spinta delle destre radicali

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vittoria di Alternative für Deutschland alle elezioni tedesche di febbraio ha segnato un punto di svolta per gli equilibri politici del continente. Il partito di estrema destra ha ottenuto il 20,8% dei consensi, diventando la principale forza di opposizione nel Bundestag e più che raddoppiando il risultato del 2021. Si tratta del miglior risultato mai raggiunto da una formazione di ultradestra in un voto nazionale tedesco dal secondo dopoguerra.

Il dato assume un peso ancora maggiore se si considera che nei Länder dell'ex Germania Est AfD arriva a superare il 30%, con punte del 40% in alcune rilevazioni in vista delle regionali del 2026.

A Berlino la coalizione tra i conservatori di Friedrich Merz e i socialdemocratici dispone di una maggioranza risicata, appena dodici seggi sopra il minimo richiesto. Una condizione che rende il governo vulnerabile anche a piccole defezioni interne. Merz ha escluso qualsiasi alleanza con AfD, ma la pressione del partito di ultradestra continua a crescere: i sondaggi attribuiscono ormai alla formazione tra il 25% e il 27%, in competizione diretta con i conservatori.

Il tentativo del cancelliere di recuperare consensi spostando la CDU su posizioni più dure in materia di immigrazione non ha prodotto i risultati sperati, e AfD ha continuato a guadagnare terreno.

Lo sguardo si sposta ora al 2027, un anno che si annuncia decisivo per il futuro dell'Unione Europea. In Francia si voterà ad aprile per le presidenziali, con Emmanuel Macron giunto al termine del secondo mandato e quindi non ricandidabile. Marine Le Pen resta la favorita nei sondaggi, nonostante la condanna per appropriazione indebita di fondi al Parlamento europeo, e il suo delfino Jordan Bardella è accreditato di un ampio vantaggio sugli avversari centristi e di sinistra.

In Spagna le elezioni generali sono previste entro l'estate, con il Partito Popolare e Vox dati in vantaggio sulla coalizione socialista guidata da Pedro Sánchez. In Italia si voterà a settembre, salvo anticipi, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si presenta con una coalizione che i sondaggi accreditano intorno al 30%, ma con una nuova insidia alla sua destra rappresentata dall'ex generale Roberto Vannacci.

Marco Brunazzo, direttore del dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell'Università di Trento, ha analizzato le cause di questa avanzata. Secondo il politologo, tra le conseguenze della globalizzazione e gli errori del centro-sinistra, le nuove destre hanno guadagnato terreno in modo costante.

Brunazzo individua nel Green Deal il simbolo più evidente della negazione della realtà da parte di Bruxelles: la transizione energetica è stata impostata come un esperimento di pianificazione ideologica, con tempi, standard e divieti imposti senza disporre delle tecnologie, delle materie prime e delle catene del valore necessarie a sostenerli.

Sul versante delle responsabilità politiche, Mario Monti è tornato sulla questione dopo il voto tedesco, ribadendo i rischi per l'Unione Europea e indicando la responsabilità dei «gruppi politici di solito considerati europeisti — quali i Popolari, i Socialisti e altri — e i governi nazionali da loro guidati». L'ex premier e senatore a vita ha più volte sostenuto che molti politici nazionali, pur professandosi europeisti, si comportano da maestri muratori della decostruzione europea, cercando consenso domestico a Bruxelles e descrivendo l'Unione in modo caricaturale ai propri concittadini.

La tesi di Monti è che i nazionalismi siano ormai realtà concrete e forti in molti Paesi, e che appaiano tra loro compatibili o persino sinergici perché condividono l'obiettivo di togliere spazio alla Ue per restituirlo alle sovranità nazionali.

I quattro maggiori Paesi dell'Unione per popolazione — Francia, Italia, Spagna e Polonia — rappresentano complessivamente il 47,52% dei cittadini europei. Per le decisioni a maggioranza qualificata in seno al Consiglio Europeo, che richiedono il voto favorevole di almeno il 55% degli Stati membri che rappresentino il 65% della popolazione, il peso di questo blocco è determinante.

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