Nexi crolla in Borsa, minimo storico dopo conti e nuovo piano: deludono guidance e assenza di buyback

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il Titolo Nexi ha subito un tracollo a Piazza Affari, toccando il minimo storico e lasciando sul terreno oltre il sedici per cento del proprio valore al termine della seduta, con un ribasso che in apertura aveva addirittura superato il venti per cento. La reazione del mercato, improvvisa e violenta, è stata innescata dalla pubblicazione dei risultati dell’esercizio 2025 e, contestualmente, dalla presentazione del nuovo piano strategico per il triennio 2026-2028, eventi che gli investitori attendevano da tempo ma che hanno evidently deluso le aspettative su piú fronti. Il titolo, che era partito senza particolari scossoni, ha rapidamente accelerato la discesa fino a portarsi a 2,643 euro, un livello mai toccato prima d’ora, per poi chiudere a 2,82 euro con un calo del 16,6 per cento. Una doccia fredda per gli azionisti, arrivata nonostante il management abbia delineato una strategia focalizzata sulla crescita di lungo periodo e sulla remunerazione dei soci attraverso i dividendi.

Dividendi in aumento ma niente buyback, la mossa che spiazza il mercato

Il nodo centrale della delusione, a giudicare dall’andamento delle contrattazioni, risiede nella composizione della politica di remunerazione degli azionisti. Nexi ha annunciato l’intenzione di distribuire complessivamente 1,1 miliardi di euro nel periodo compreso tra il 2026 e il 2028, prevedendo per il primo anno una cedola di 350 milioni di euro, pari a 0,30 euro per azione, con un incremento annuo garantito di almeno il cinque per cento. Un impegno economico non banale, che sarebbe valso un incremento del venti per cento rispetto ai dividendi precedenti. Tuttavia, a differenza dell’anno passato, quando erano stati restituiti al mercato 600 milioni suddivisi equamente tra cedole e riacquisto di azioni proprie, nel nuovo piano il buyback è stato completamente azzerato. Una scelta, quella di eliminare il riacquisto di titoli, che ha spiazzato gli analisti e, piú in generale, la comunita finanziaria, la quale si attendeva invece un sostanzioso programma di buyback, uno strumento particolarmente apprezzato in fasi di quotazioni depresse perché riduce il numero di azioni in circolazione e sostiene il prezzo.

Svalutazioni per 3,7 miliardi e guidance al 2028 giudicate poco ambiziose

A pesare sul giudizio degli operatori non è stata soltanto la questione del riacquisto di azioni. I conti del 2025, pur mostrando una crescita dell’utile normalizzato del 7,2 per cento a 783 milioni e un incremento del 2,1 per cento dei ricavi a 3,58 miliardi, sono stati pesantemente influenzati da una rettifica di valore non monetaria. Il gruppo ha infatti proceduto a una svalutazione dell’avviamento per 3,7 miliardi di euro, un‘operazione definita dall’amministratore delegato Paolo Bertoluzzo necessaria per riallineare i valori contabili delle controllate Sia e Nets ai multipli correnti del settore, sotto pressione per l’avvento di nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale. Questa svalutazione ha comportato una perdita netta di competenza di 3,4 miliardi, un dato che, seppur privo di effetti sulla cassa, ha indubbiamente contribuito a minare la fiducia a breve termine. Le previsioni per il futuro, contenute nel piano, indicano che la crescita dei ricavi tornerà a ritmi sostenuti, intorno al cinque per cento, soltanto nel 2028, con l’espansione dei margini operativi che riprenderà slancio nello stesso periodo. Un orizzonte temporale giudicato dagli analisti di Intermonte, che si aspettavano la restituzione ai soci di circa 1,8 miliardi, troppo lontano e al di sotto delle stime, alimentando il nervosismo.

La strategia di lungo periodo di Bertoluzzo e il ruolo degli azionisti di peso

Il management, per voce dell’amministratore delegato, ha cercato di motivare le scelte compiute sottolineando la responsabilità di garantire all‘azienda una crescita sostenibile nel lungo periodo, che richiede investimenti continui in tecnologia e in nuovi prodotti. Una linea, quella tracciata da Bertoluzzo, che privilegia la costruzione di valore nel tempo rispetto alla remunerazione immediata, spiegando che la generazione di cassa in eccesso, stimata in circa 2,4 miliardi nel triennio, verrà destinata per 1,3 miliardi alla riduzione del debito, oltre che alla distribuzione di dividendi, e che eventuali operazioni di riacquisto azionario non sono escluse in futuro ma dipenderanno dalle opportunità che si presenteranno. In questo contesto, assume rilievo la posizione dei grandi azionisti: Cassa Depositi e Prestiti, che detiene il 19,1 per cento del capitale e considera Nexi un’infrastruttura strategica nazionale, non insegue ritorni immediati, mentre il fondo statunitense H&F, con il 22,2 per cento, vede il proprio investimento pesantemente in perdita. Ciononostante, il consiglio di amministrazione ha approvato il piano all‘unanimità, e Bertoluzzo ha voluto precisare che non esiste alcuna intenzione di privilegiare le esigenze di un tipo di azionista rispetto a un altro, rimandando ai soci ogni eventuale decisione su ipotesi di delisting della società dalla Borsa, una voce che periodicamente torna a circolare ma che al momento non è all’ordine del giorno.

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