Hantavirus, l’ombra del ceppo andino sulla nave da crociera e la quarantena in Australia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   È un nemico silenzioso che, a differenza di quanto molti credano, non ha fatto irruzione sulla scena mondiale solo nelle ultime settimane, ma rappresenta una sfida nota agli epidemiologi fin dagli anni Settanta. L’hantavirus, che ha innescato l’allarme sulla nave da crociera Hondius – attualmente sottoposta a un’operazione di evacuazione senza precedenti al largo di Tenerife – presenta una caratteristica peculiare che lo distingue dalle varianti endemiche nel continente europeo. Mentre il ceppo che circola in Europa si trasmette esclusivamente per via indiretta, tramite l’inalazione di polveri contaminate da urina, feci o saliva di roditori infetti, quello identificato a bordo del battello, ovvero la variante andina, possiede una capacità che lo rende molto più insidioso: la trasmissione diretta da persona a persona, un evento raro ma documentato in contesti di prossimità e convivenza forzata, come quella di una cabina. Questo dettaglio, apparentemente tecnico, ha trasformato una comune emergenza sanitaria in un caso di portata internazionale, costringendo le autorità a rivedere i protocolli di isolamento.

Le misure drastiche dell’Australia e la struttura anti-Covid

Il governo australiano, in particolare, ha deciso di non lasciare nulla al caso di fronte alla potenziale minaccia, dimostrando una prudenza che ricorda i tempi più bui della pandemia da Sars-CoV-2, sebbene i due virus non abbiano alcuna parentela scientifica. Sei persone provenienti dalla Hondius –un gruppo che include quattro cittadini australiani, un residente permanente e un cittadino neozelandese – sono attualmente in volo verso Perth, ma non potranno mescolarsi alla popolazione. Il ministro della Salute Mark Butler ha confermato che questi viaggiatori, che al momento non mostrano sintomi, saranno sottoposti a una quarantena rigida della durata minima di tre settimane presso il centro di Bullsbrook, una struttura situata a nord di Perth. È un dettaglio, quest’ultimo, che carica la vicenda di un forte déjà-vu: Bullsbrook è un impianto da 500 posti letto, originariamente concepito e assemblato durante l’emergenza Covid per gestire i rientri dall’estero, e il suo riutilizzo segnala la volontà di affrontare il focolaio con la massima fermezza. La scelta, dettata anche dalla durata del volo diretto dalle Canarie – un viaggio lungo durante il quale eventuali sintomi potrebbero manifestarsi o aggravarsi – mira a coprire almeno in parte il periodo di incubazione del virus che, come precisa l’Australian Centre for Disease Control, può estendersi fino a quarantadue giorni. Nonostante la fermezza delle misure, le autorità sanitarie locali hanno comunque voluto spegnere sul nascere ogni allarmismo, ribadendo che il rischio per la popolazione generale rimane basso.

Il capitano si difende: “Responsabilità oltre le Canarie”

Mentre i radar della sanità internazionale restano puntati sui voli in rientro, a bordo della Hondius (di proprietà della compagnia Oceanwide) il clima è descritto come tesissimo. In un videomessaggio pubblicato su Instagram, il comandante Jan Dobrogowski ha rotto il silenzio per difendere l’operato suo e del proprio equipaggio, gettando luce su un’emergenza gestita in condizioni di isolamento totale. La sua testimonianza, sebbene carica di pathos, evita la retorica per concentrarsi sulla durezza dei fatti: “In situazioni come questa,” ha affermato il comandante, “ogni immagine può essere estrapolata dal contesto.” Dobrogowski, che ha descritto le ultime settimane come “particolarmente impegnative”, ha voluto rimarcare un concetto chiave: la sua funzione non si esaurisce con l’attracco in un porto sicuro. “Come capitano dell’Hondius, il mio lavoro consiste nel dirigere l’equipaggio, avere cura dei passeggeri e portare la nave in salvo in porto. La mia responsabilità non finisce alle Canarie”. Con queste parole, il comandante ha cercato implicitamente di rispondere a chi lo accusa di aver tardato a comunicare con le autorità sanitarie o di aver sottovalutato la rapidità di propagazione della variante andina. Lui, dal canto suo, ha preferito elogiare la “pazienza e disciplina” mostrate da chi è rimasto a bordo, in attesa di un’evacuazione che si è rivelata logistica più che medica per molti degli ospiti.

Il monitoraggio in Italia e la bassa contagiosità

Lontano dal centro dell’emergenza, ma in stato di allerta costante, il sistema sanitario italiano ha dovuto gestire le ripercussioni della vicenda legate ai transiti sulla terraferma. A fare chiarezza sulla situazione dei connazionali è stata Maria Rosaria Campitiello, capo del dipartimento Prevenzione ed emergenze sanitarie del ministero della Salute, la quale ha rassicurato pubblicamente sul benessere dei viaggiatori rientrati dall’arcipelago spagnolo. I quattro passeggeri che avevano preso posto sul volo Klm – e che avevano immediatamente acceso i riflettori delle autorità – sono stati rintracciati e monitorati. “Stanno tutti bene, non hanno sviluppato sintomi,” ha dichiarato Campitiello, specificando la composizione del gruppo: si tratta di due cittadini italiani e di due stranieri, di cui uno residente in Italia e l’altro semplice turista. La macchina della prevenzione si è messa in moto non appena ricevuta la lista dei nominativi dalla compagnia aerea, con un contatto diretto che ha permesso di escludere la presenza di focolai attivi sul territorio nazionale. Al di là della cronaca immediata, l’infettivologa Serena Vita ha provato a fornire un quadro più ampio per inquadrare correttamente il pericolo, precisando che nonostante la variante andina abbia una letalità potenziale che oscura quella delle cugine europee (stimata tra il 20% e il 40%), la contagiosità resta un fattore limitante: il passaggio da uomo a uomo richiede un contatto fisico ravvicinato e prolungato, una circostanza che rende improbabili scenari pandemici simili a quelli già vissuti.

La dinamica del contagio: dai roditori al contatto umano

La complessità del caso Hondius risiede proprio nella duplice natura del meccanismo di infezione, che ha costretto gli esperti a considerare due ipotesi diverse ma convergenti. Da un lato, la trasmissione classica riguarda l’inalazione di aerosol contaminati da roditori, una modalità subdola che ben si adatta alle escursioni in ambienti silvestri o alla scarsa igiene di alcuni depositi. Dall’altro, la conferma della presenza del ceppo andino introduce lo spettro del contagio interumano. A differenza di quanto molti credono, la variante europea dell’hantavirus (spesso trasmessa dall’arvicola) non rappresenta un pericolo paragonabile a quello sudamericano. Il virus andino, come spiegano i rapporti dell’OMS, colpisce duro il sistema cardiopolmonare, causando una sindrome respiratoria grave che può portare al decesso del paziente nel giro di poche ore se non sostenuto dalla respirazione meccanica. Per questo, le operazioni sono state gestite con il supporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha supervisionato la creazione di “corridoi sigillati” per il trasferimento dei passeggeri dal molo agli aerei, senza alcun contatto con la popolazione civile di Tenerife, la quale aveva inizialmente manifestato forte preoccupazione. Non esistendo attualmente un vaccino né una terapia antivirale specifica, la prevenzione rimane l’unica arma a disposizione delle autorità.

Meta description: Focolaio di hantavirus su nave da crociera: l’Australia impone la quarantena ai passeggeri in arrivo. La variante andina preoccupa per la trasmissione tra umani, ma la contagiosità resta bassa.

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