La morte di Nirmal Purja, il recordman degli Ottomila travolto da una valanga sul Broad Peak
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Redazione Esteri
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Ci sono alpinisti che scalano le montagne, e poi ci sono figure capaci di rivoluzionare il modo in cui il mondo intero percepisce quelle stesse vette. Nirmal "Nims" Purja, con ogni probabilità, apparteneva a questa seconda, rarissima categoria. La sua parabola terrena si è interrotta tragicamente il 30 luglio, quando una valanga ha travolto la spedizione da lui guidata sul Broad Peak, nella catena del Karakoram, in Pakistan. Il corpo del celebre alpinista, 43 anni, è stato successivamente recuperato dai soccorsi a circa 5.700 metri di quota, confermando la fine di una vita spesa a inseguire e a ridefinire i confini dell'impossibile in alta quota.
La dinamica della tragedia sul Broad Peak
La spedizione, composta da dieci alpinisti di diverse nazionalità - tra cui sei nepalesi, un cittadino statunitense, uno omanita, uno cinese e una guida pakistana - stava affrontando un tratto della montagna compreso tra i 6.500 e i 7.000 metri. L'obiettivo era la vetta del Broad Peak, che con i suoi 8.047 metri è la dodicesima montagna più alta del pianeta.
Dopo il distacco della massa nevosa, ogni contatto con il gruppo, organizzato dalla società di alpinismo Elite Expeditions fondata dallo stesso Purja, si è interrotto. Già il giorno successivo le autorità avevano individuato i corpi di altre vittime, mentre le ricerche, condotte in condizioni estremamente difficili, hanno infine permesso di ritrovare Purja.
La notizia ha scosso profondamente il mondo della montagna e non solo, come dimostrano i messaggi di cordoglio del primo ministro nepalese Balendra Shah e del principe William del Galles, un riconoscimento che sottolinea il legame di Purja con il Regno Unito, dove aveva prestato servizio nelle forze armate. Il primo ministro Shah ha ricordato come la storia di coraggio e dedizione di Purja resterà per sempre una fonte di ispirazione per il Nepal.
L'impresa che ha riscritto la storia dell'alpinismo: i 14 Ottomila in 189 giorni
Per comprendere l'impatto di Purja sull'alpinismo moderno è necessario tornare al 2019, l'anno della sua consacrazione. Nato nel 1983 in Nepal in una famiglia di militari, Purja era entrato nei famosi Gurkha dell'esercito britannico per poi diventare il primo nepalese a far parte dello Special Boat Service, un'élite delle forze speciali della Royal Navy. Fu quella mentalità militare, fatta di disciplina, pianificazione e una ferrea determinazione, a plasmare il suo approccio alle montagne.
Con il suo "Project Possible", annunciò un obiettivo che allora parve a molti una pura follia: scalare tutti i quattordici Ottomila - le vette che superano gli 8.000 metri - in soli sette mesi. Ebbene, tra il 23 aprile e il 29 ottobre di quell'anno, Purja completò l'impresa in sei mesi e sei giorni, fermando il cronometro a 189 giorni e polverizzando il precedente record di quasi otto anni. Un'impresa titanica, che gli valse fama mondiale e che fu raccontata nel documentario Netflix "14 Peaks: Nothing Is Impossible".
Purja, che per questa impresa utilizzò ossigeno supplementare e una complessa macchina logistica, non era certo il primo a compiere l'ascesa di tutti gli Ottomila – il primato assoluto spetta a Reinhold Messner, che lo fece senza ossigeno – ma la sua impresa introdusse una dimensione nuova nell'alpinismo "da collezione", basata su una velocità e una resistenza fisica mai viste prima.
Oltre il record: la prima invernale del K2 e il riscatto dei nepalesi
Oltre al record cronometrico, Purja ha lasciato un altro capitolo indelebile nella storia dell'alpinismo, dal valore simbolico forse ancora più profondo. Nel gennaio del 2021, fu tra i dieci alpinisti nepalesi che realizzarono la prima storica salita invernale del K2, la seconda montagna più alta del mondo e fino ad allora l'unico Ottomila a non essere stato ancora scalato nella stagione più fredda. Quell'impresa, compiuta a temperature che toccavano i -50°C, ebbe un significato che andava oltre la mera conquista fisica.
La spedizione, nella quale Purja dichiarò di aver raggiunto la vetta senza ossigeno, scelse di compattarsi negli ultimi metri, raggiungendo la cima insieme e cantando l'inno nazionale del Nepal. Un gesto che Purja aveva voluto fortemente, per rivendicare il ruolo degli alpinisti nepalesi, troppo a lungo relegati ai margini delle narrazioni, considerati solo portatori o guide al servizio delle spedizioni occidentali.
Con quella salita, e con la sua capacità di gestire la propria immagine a livello globale, Nirmal Purja ha definitivamente messo il Nepal e i suoi alpinisti al centro della scena. La sua è stata una personalità controversa, capace di dividere gli appassionati tra chi ammirava la sua potenza fisica e organizzativa e chi, invece, gli rimproverava uno stile poco "puro" e troppo commerciale.
Ma il suo lascito più grande potrebbe essere proprio questo: aver ispirato una generazione di giovani nepalesi a non rimanere più nell'ombra, ma a diventare protagonisti e autori delle loro stesse imprese in alta quota.
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