Produzione industriale, il 2025 si chiude con un altro segno meno: lo 0,2% di calo che allunga la serie negativa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Nel mese di dicembre, l’indice destagionalizzato della produzione industriale elaborato dall’Istat ha fatto registrare una flessione dello 0,4% rispetto a novembre, un arretramento congiunturale che – pur essendo stato parzialmente compensato da una crescita tendenziale del 3,2% sull’ultimo mese del 2024 – non ha comunque impedito all’intera annualità di archiviarsi con un saldo negativo. Il consuntivo del 2025, infatti, si è fermato a -0,2%, un dato che se rapportato ai crolli ben più profondi del biennio precedente – quel -4% del 2024 e quel -2% del 2023 che avevano già messo in ginocchio il comparto – potrebbe persino apparire come un modesto rallentamento dell’emorragia, ma che letto nella sua continuità triennale assume piuttosto i contorni di una stabilizzazione del declino più che di una vera inversione di tendenza -2-3-8.

L’Istituto di statistica, nel dettaglio delle sue rilevazioni, ha fotografato un tessuto manifatturiero spaccato in due, dove accanto a settori che corrono – e talvolta corrono molto – ce ne sono altri che invece arretrano senza trovare appigli. Sul versante positivo spicca in maniera netta la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici, cresciuta a dicembre di quasi un quarto rispetto all’anno precedente, un balzo del 23,8% che non trova eguali in altri comparti; bene anche la fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, così come le industrie alimentari e delle bevande, a dimostrazione che alcune nicchie dell’alta tecnologia e dei beni a domanda rigida continuano a reggere l’urto della congiuntura -2-3-9. Dall’altra parte, invece, il baratro si allarga ulteriormente per il tessile, l’abbigliamento, le pelli e gli accessori, che registrano una contrazione tendenziale del 3,4%, per la fabbricazione di prodotti chimici, scesa del 3,6%, e per i mezzi di trasporto, la cui flessione – pur meno violenta di quella di altri comparti – si inserisce in un quadro di difficoltà strutturale che ormai perdura da molti trimestri -2-3-10.

L’energia, unico comparto in attivo nell’anno, e la persistente debolezza dei beni di consumo

Se si analizza la fotografia annuale per macro-raggruppamenti, emerge con chiarezza come l’unico vero baluardo che abbia tenuto nel corso del 2025 sia stato il settore energetico, l’unico tra i principali a chiudere l’esercizio con un incremento complessivo: un segnale, quest’ultimo, che lega inevitabilmente la performance alle dinamiche dei prezzi e alla volatilità geopolitica piuttosto che a una ritrovata salute della domanda interna -2-8. Per il resto, i beni intermedi e quelli strumentali – che pure avevano mostrato qualche timido segnale di ripresa nell’ultimo trimestre, tanto da portare il periodo ottobre-dicembre a un +0,9% sul trimestre precedente – non sono riusciti a compensare le magre performance dei mesi centrali dell’anno -2-8.

Particolarmente significativa, nel giudizio sullo stato di salute dell’economia reale, appare la dinamica dei beni di consumo: a dicembre l’indice destagionalizzato mensile ha segnato per questa categoria un calo dello 0,9%, mentre su base annua la flessione è dello 0,5% per i beni non durevoli e tocca addirittura lo 0,8% per quelli durevoli, una contrazione che – come osservato da Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori – risulta pari a quattro volte quella della produzione complessiva -2-3. È su questo dato che si innesta la riflessione del rappresentante dei consumatori, il quale ha sottolineato come ci si trovi di fronte a un baratro dal quale non si può pensare di uscire facendo leva proprio su quei consumi delle famiglie che, a forza di essere compressi, sono ormai ridotti all’osso: una dinamica circolare, quella descritta da Dona, per cui la debolezza della domanda deprime la produzione e la contrazione dell’attività industriale, a sua volta, scoraggia investimenti e occupazione, impoverendo ulteriormente la capacità di spesa -2-3.

L’opposizione e la dura accusa al governo: tre anni di crollo e assenza di politiche industriali

Sul fronte politico, la reazione all’ennesimo dato negativo non si è fatta attendere, ed è stata – per voce dei parlamentari del Movimento 5 Stelle nelle commissioni Bilancio, Finanze e Attività produttive – particolarmente aspra. In una nota diffusa all’indomani della pubblicazione dei dati Istat, i pentastellati hanno parlato senza mezzi termini di un esecutivo che avrebbe «ucciso l’industria», accumulando tre anni consecutivi di calo produttivo – il 2023 a -2,5%, il 2024 a -3,5% e il 2025 a -0,2% – e replicando, secondo la loro lettura, a una narrazione governativa tesa a rivendicare incrementi del potere d’acquisto e una ritrovata centralità dell’Italia in Europa -7. Il riferimento, neppure troppo implicito, è alle dichiarazioni del vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in una recente intervista aveva definito l’Italia «locomotiva d’Europa», rivendicando il ruolo del paese accanto alla Germania nel rilancio della competitività continentale -6.

L’accusa, secca, è quella di una «totale assenza di politiche industriali e di investimento», condita dal giudizio negativo su misure come l’Ires premiale o la cosiddetta Transizione 5.0, meccanismi giudicati penalizzanti per le piccole imprese e peraltro – sottolineano i parlamentari M5S – nemmeno ancora pienamente attuati -7. Una critica frontale che, sebbene provenga da una forza politica di opposizione, ha il merito di rimettere al centro del dibattito pubblico una questione che i numeri dell’Istat, nella loro freddezza, rendono oggettivamente incontestabile: la manifattura italiana, da tre anni a questa parte, non cresce. E anche quando il calo si assottiglia, come è accaduto nel 2025, non si tratta di un rimbalzo fisiologico ma piuttosto di una contrazione meno rapida; non un’inversione, insomma, ma un semplice rallentamento della caduta.

La fotografia a consuntivo e la tenuta di alcuni comparti tecnologici

Al netto degli effetti di calendario, che pure a dicembre hanno favorito il confronto tendenziale grazie allo stesso numero di giornate lavorative rispetto al 2024, la fotografia scattata dall’Istat per l’intero 2025 è dunque quella di un settore che arranca, tenuto a galla quasi esclusivamente dalla componente energetica e da alcuni segmenti dell’alta tecnologia. La fabbricazione di computer e prodotti di elettronica, insieme alla farmaceutica, rappresentano ormai un’enclave virtuosa all’interno di un sistema che altrove mostra crepe profonde; non solo il tessile e l’abbigliamento, ma anche l’industria del legno, della carta e stampa e la metallurgia – sebbene quest’ultima abbia chiuso dicembre con un +7,4% tendenziale – soffrono di una domanda interna e internazionale che stenta a ripartire -2-3.

Quel che emerge, scorrendo le serie storiche pubblicate dall’istituto, è una struttura produttiva sempre più polarizzata, dove coesistono punte di eccellenza capaci di competere sui mercati globali e comparti tradizionali – quelli che hanno storicamente costituito l’ossatura del made in Italy – lasciati soli ad affrontare la concorrenza internazionale, l’aumento del costo delle materie prime e, da ultimo, il peso di una fiscalità che molti operatori continuano a giudicare penalizzante. La media del quarto trimestre, pur positiva, non ha ribaltato un’annata che resta in rosso, e l’indice generale corretto per gli effetti di calendario – quel -0,2% che tanto somiglia a un limbo – lascia presagire, più che un atterraggio morbido, un volo radente dal quale è facile precipitare di nuovo alla prima turbolenza.

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