Giorgio Meloni, la notte dei lunghi coltelli e il no di Santanchè: il governo si spacca sul rimpasto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lunga notte che ha seguito la débâcle referendaria, quella che ha privato il sonno a Giorgia Meloni ma che, a sentire i suoi più stretti collaboratori, le avrebbe anche offerto la lucidità per un rimpasto che non lascia scampo, si è trasformata in poche ore in un braccio di ferro senza esclusioni di colpi. Il giorno dopo, quello in cui si ricompongono le geografie del potere, la presidente del Consiglio ha dato il via a una serie di mosse che hanno l’obiettivo di ricostruire una credibilità istituzionale messa a dura prova: via Giusi Bartolozzi da capo di gabinetto del ministero della Giustizia, una rimozione che molti interpretano come un atto dovuto, e via Andrea Delmastro, il sottosegretario di via Arenula, figura centrale nell’architettura della maggioranza la cui uscita di scena viene definita da fonti di partito come “dolorosissima ma necessaria”. Eppure, mentre le prime due teste cadevano quasi senza scampo, il fronte interno si è improvvisamente incrinato su un terzo nome, quello di Daniela Santanchè, percepito da Palazzo Chigi come l’altro anello debole di una catena che le indagini giudiziarie stanno mettendo sotto pressione.

Le telefonate notturne e il muro della ministra del Turismo

Le indiscrezioni che filtrano dagli ambienti parlamentari, e che trovano conferma nei resoconti di stampa come quello del Corriere della Sera, parlano di una ridda di telefonate intercorse tra la notte e l’alba. Non solo quelle tra la premier e la diretta interessata, ma anche un colloquio, definito “di chiarimento” da chi vi ha preso parte, tra la titolare del Turismo e il presidente del Senato Ignazio La Russa, chiamato a fare da mediatore in una fase di fibrillazione acuta. La risposta di Santanchè, a quanto si apprende, è stata tutt’altro che accomodante: «Il caso che coinvolge Delmastro – avrebbe detto la ministra – è molto più grave del mio. Non sono stata io a far perdere il referendum e quindi non vedo perché dovrei andarmene proprio adesso». Una replica secca, che lascia intendere come per lei l’equazione tra sconfitta elettorale e responsabilità penali individuali non regga. Il suo rifiuto a dimettersi si è poi irrigidito ulteriormente con un richiamo alla Carta fondamentale: «Rimango. La Costituzione è dalla mia parte, non posso essere cacciata».

Chi è Daniela Santanchè, tra biografia, imprese e procedimenti giudiziari

Nata a Cuneo il 7 aprile 1961, seconda di tre fratelli, Daniela Garnero Santanchè proviene da una famiglia di imprenditori dei trasporti – il padre Ottavio guidava l’Unione Corrieri Cuneesi – e ha costruito la sua ascesa professionale ben prima di entrare in politica. Laureatasi in Scienze politiche all’Università di Torino nel 1983, la giovane Garnero – questo il suo cognome da nubile, poi divenuto celebre nella doppia forma Santanchè – strinse fin da subito legami con il mondo imprenditoriale e mondano, come quello con un altro cuneese discusso, Flavio Briatore. Nel 1983 fondò una società di marketing, gettando le basi per un impero che avrebbe preso forma nel 1990 con la nascita della Dani Comunicazione Srl, agenzia specializzata in pubbliche relazioni e organizzazione di eventi. Su di lei, oggi, pendono diverse inchieste che hanno reso il suo ruolo in seno all’esecutivo oggetto di un costante esame da parte della magistratura. Le procura competenti, attraverso fascicoli che si intrecciano tra reati societari e ipotesi di falso in bilancio, hanno tenuto viva l’attenzione sulla sua posizione, trasformandola in una variabile delicatissima per la tenuta dell’esecutivo.

Lo scontro aperto: il no alla premier e la minaccia del voto parlamentare

La frattura, ormai insanabile all’apparenza, è esplosa nella mattinata successiva alla nottata di consultazioni. Secondo ricostruzioni basate sui retroscena di stampa, l’ultimo colloquio diretto tra Meloni e Santanchè si sarebbe concluso con un vero e proprio braccio di ferro verbale. «Sono pronta a venire in Consiglio dei ministri», avrebbe detto la ministra, mostrandosi determinata a presentarsi al prossimo appuntamento di governo come se nulla fosse, sfidando apertamente la volontà della presidente. La risposta di quest’ultima, filtrata dagli stessi ambienti, non lascia spazio a interpretazioni: «Da oggi non copro più nessuno», avrebbe dichiarato la premier, delegando di fatto ai propri alleati e alla struttura di partito il compito di gestire una crisi che rischia di consumarsi pubblicamente. Se la soluzione cercata in mattinata era quella di una risoluzione immediata, con un passo indietro volontario da parte della ministra, l’ipotesi alternativa che prende ora è quella di uno scenario più duro, con un passaggio obbligato in Parlamento. Un eventuale voto – o una crisi di fiducia palese – rappresenterebbe l’epilogo di una resa dei conti che nessuno, all’indomani del voto referendario, avrebbe immaginato così rapida e spietata.

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