Il Tensor G6 di Google punta su una gpu del 2021: risparmio e spazio prima della potenza

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   Le strategie hardware di Google, per chi le segue da anni, appaiono talvolta controintuitive: il futuro chip Tensor G6, destinato alla serie Pixel 11, ne è l’esempio più recente. Secondo indiscrezioni emerse dapprima da Android Authority e successivamente riprese dal canale Telegram Mystic Leaks, il progettista di Mountain View avrebbe operato una scelta di rottura rispetto al passato, abbandonando le gpu ARM Mali – fino a oggi impiegate nei propri SoC – per orientarsi verso un’unità grafica dal pedigree decisamente meno recente. Stiamo parlando della PowerVR CXT-48-1536, un componente che, va detto senza giri di parole, fece il suo debutto originale nel lontano 2021. Tradotto in termini temporali: al momento del lancio del nuovo smartphone, quella stessa gpu avrà sulle spalle un ciclo tecnologico di cinque anni, un’eternità nel settore dei semiconduttori.

Perché Google cambia rotta: la gpu del 2021 non è un passo indietro, ma una scelta di progetto

L’abbandono delle Mali non è, a ben guardare, un ammissione di debolezza quanto piuttosto una riprogettazione filosofica dell’intero sistema su chip. Il Tensor G6, stando ai dettagli trapelati, non cerca di competere con i concorrenti Android – solitamente orientati a esibire punteggi da record su cpu e gpu – ma privilegia parametri diversi: il contenimento dei costi e l’efficienza nell’occupazione degli spazi interni al die. Una gpu del 2021, per quanto meno performante sulla carta rispetto a soluzioni più recenti, presenta due vantaggi non trascurabili: innanzitutto richiede una superficie ridotta all’interno del chip, liberando risorse preziose per altri acceleratori; in secondo luogo, il suo costo di licenza e integrazione risulta sensibilmente inferiore. Google, in altre parole, sta compiendo una scommessa opposta a quella di molti rivali, ridimensionando deliberatamente la potenza grafica pura a vantaggio dell’intelligenza artificiale e dell’autonomia.

Pixel 11, il compromesso industriale: meno benchmark altisonanti, più efficienza reale

Le indiscrezioni descrivono un processore ancora non ufficiale, ma ormai al centro di un dibattito tecnico piuttosto acceso tra gli addetti ai lavori. La PowerVR CXT-48-1536, va ricordato, non è un prodotto di fascia bassa: al suo debutto, nel 2021, rappresentava una soluzione di medio-alto profilo. Il problema, semmai, è che nel mondo dei semiconduttori l’obsolescenza tecnologica corre veloce: quella che ieri era una gpu competitiva, domani rischia di diventare un collo di bottiglia per applicazioni e giochi più esigenti. Eppure, Google sembra disposta a pagare questo scotto. Perché? La risposta plausibile, suggerita dai report, è che il Tensor G6 sia stato pensato come piattaforma per l’intelligenza artificiale on-device, non per il gaming o la grafica 3d spinta. I margini di miglioramento, in questa ottica, si giocheranno altrove: sul neural engine, sul processore di segnale e sulla capacità di eseguire modelli generativi localmente senza surriscaldarsi.

Cronaca di una scelta non casuale: i rischi e le ragioni dietro la gpu PowerVR del 2021

Ogni scelta progettuale, va da sé, porta con sé dei rischi. Integrare una gpu di cinque anni fa significa, per Google, esporsi a critiche potenzialmente pesanti in sede di recensione: i benchmark sintetici della Pixel 11 difficilmente potranno competere con quelli di un analogo dispositivo Samsung o Xiaomi della stessa fascia di prezzo. Ma c’è un’altra faccia della medaglia, che i leak non mancano di sottolineare: il contenimento dei costi di produzione potrebbe tradursi in un prezzo finale più aggressivo per l’utente, o in alternativa in un margine maggiore da reinvestire in altri comparti (come il comparto fotografico, da sempre punto di forza della linea Pixel). Le indiscrezioni non offrono dettagli su tempistiche di lancio né su ipotetiche varianti del chip. Si limitano a fotografare una direzione: Google ha scelto, e quella direzione non insegue la potenza bruta. Il tempo – e i primi test su silicio finale – diranno se il compromesso reggerà l’urto della concorrenza.

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