Foggia, l’agguato nel casolare e il nome dei Bruno che riaffiora dalle carte processuali
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Redazione Interno
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Il quarto uomo, quello che sarebbe riuscito a divincolarsi dalla morsa di via Cerignola prima di essere rintracciato al volante di una Lancia Musa, si è presentato ai poliziotti con una ferita a un braccio e senza l’arma che forse aveva impugnato poco prima. E proprio quel recupero di una pistola calibro 9, adagiata nei pressi del veicolo e subito sequestrata, rappresenta ora il primo vero tassello tangibile per gli inquirenti, intenti a ricostruire la geometria variabile di un conflitto a fuoco – esploso intorno a mezzogiorno in un casolare di periferia – che ha trasformato un qualsiasi mercoledì in una giornata di sangue.
La vittima, il padre e il fratello: un affare di famiglia finito nel mirino
Quando i sanitari del 118 sono riusciti a stabilizzare i corpi straziati dai proiettili, il quadro clinico apparve subito tragico. Ricoverato d’urgenza all’ospedale di San Giovanni Rotondo, Giuseppe Stefano Bruno, 33 anni, non ce l’ha fatta: i medici ne hanno dovuto constatare il decesso dopo vani tentativi di rianimazione, segnando così il primo omicidio di questa nuova scia di violenza. Con lui, all’interno di quella che doveva essere una riunione privata in un casolare vicino al cavalcavia della zona “Quadrone delle Vigne”, c’erano il padre Pasquale e il fratello Saverio, entrambi rimasti gravemente feriti e ricoverati in prognosi riservata. La stessa dinamica, ancora tutta da dipanare, ha coinvolto anche un estraneo alla cerchia familiare, quel conducente della Musa fermato poco distante dagli agenti: disarmato in seguito all’intervento di un poliziotto, la sua posizione è ora al vaglio di chi cerca di capire se fosse un bersaglio o piuttosto uno degli esecutori del tentato regolamento di conti.
“Il Primitivo” e le ombre della batteria Moretti
Basta scorrere indietro di qualche anno nei registri giudiziari della Direzione Distrettuale Antimafia per capire il peso specifico del cognome della vittima. Stefano era infatti nipote di Gianfranco Bruno, detto “il Primitivo”, figura storicamente ritenuta un pilastro della batteria Moretti, il clan che da decenni tiene in scacco la pianura foggiana. Lo stesso Gianfranco, per chi segue i fatti di cronaca nera, non è certo un volto nuovo: in passato ha riportato sulle spalle una condanna a 21 anni nel maxi-processo “Cronos” per fatti di sangue e associazione mafiosa, dimostrando come il ramo familiare a cui apparteneva Stefano fosse profondamente innervato nella malavita organizzata. Sebbene gli inquirenti mantengano il più stretto riserbo sulla matrice dell’agguato, il legame parentale così stretto – un figlio, un nipote – riporta l’attenzione su eventuali faide ereditate o su vecchi conti lasciati in sospeso che adesso, chissà perché, sarebbero tornati a galla.
Il casolare di via Cerignola come scenario di guerra
Non è stata una sparatoria improvvisa per strada, ma qualcosa di più organizzato: i colpi di arma da fuoco hanno rotto il silenzio della campagna all’ora di pranzo, all’interno di un casolare di proprietà della famiglia Bruno. Una circostanza, questa, che fa propendere gli investigatori per la pista dell’agguato pianificato piuttosto che per una lite degenerata; qualcuno sarebbe entrato in possesso dell’abitazione rurale sapendo esattamente chi vi avrebbe trovato. Gli accertamenti balistici sulla 9 millimetri recuperata, così come le analisi delle telecamere di sorveglianza dislocate lungo via Cerignola (rimasta a lungo sbarrata per permettere i rilievi), potranno confermare o smentire l’ipotesi del regolamento di conti legato al narcotraffico o alla gestione illecita degli appalti. Quello che appare certo, al momento, è l’elevatissimo tasso di violenza impiegato: colpi che non cercavano di intimidire ma di uccidere, in una manciata di secondi che hanno ridisegnato la mappa della criminalità nel capoluogo dauno.




