Parkinson, il decalogo dei segnali precoci: quei sintomi “silenziosi” che anticipano la malattia di anni

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Redazione Salute Redazione Salute   -   In Italia, sono circa trecentomila le persone che convivono con il morbo di Parkinson, una patologia neurodegenerativa che colpisce il sistema nervoso centrale e che, per impatto sociale e sanitario, rappresenta la seconda causa di disabilità dopo le demenze. A fornire il quadro della situazione è la Fondazione Limpe, che in vista della Giornata mondiale dell’11 aprile ha deciso di diffondere un vero e proprio vademecum: un decalogo che elenca non solo i comportamenti virtuosi da adottare, ma soprattutto quei segnali “subdoli” – spesso confusi con l’invecchiamento o lo stress – che possono manifestarsi anni prima della diagnosi ufficiale. La malattia, lo ricordano gli esperti, ha un costo annuo complessivo che sfiora gli 8 miliardi e mezzo di euro, considerando l’assistenza e l’impatto sui circa 600mila familiari direttamente coinvolti nella gestione quotidiana dei malati.

I campanelli d’allarme che spesso si ignorano

Prima che compaia il tremore classico o la rigidità muscolare, il lancia segnali che andrebbero ascoltati con più attenzione. La Fondazione Limpe, nel suo decalogo, ne ha individuati cinque particolarmente insidiosi. Tra questi spiccano i disturbi del sonno, e in particolare il fenomeno dei sogni particolarmente vividi e movimentati, che spesso porta chi dorme a urlare o a muoversi violentemente nella fase Rem. Un altro indicatore precoce, forse il più sottovalutato, è la perdita dell’olfatto (iposmia): chi smette di sentire gli odori familiari, dal caffè al profumo, potrebbe mostrare un primo, silente sintomo di degenerazione neurologica. A questi si aggiungono la stitichezza persistente, che riflette il coinvolgimento del sistema nervoso autonomo, e la cosiddetta “micrografia”, ovvero una scrittura che diventa improvvisamente più piccola e affollata, spesso accompagnata da una voce più debole e monotona. Il quinto segnale è quello motorio “minore”: una lieve lentezza nei movimenti o una rigidità che interessa inizialmente un solo lato del corpo.

Previsioni in crescita e l’aggiornamento delle linee guida

L’allarme lanciato dalla comunità scientifica non è casuale. Le proiezioni demografiche indicano un destino quasi segnato: entro il 2050, il numero dei casi di Parkinson in Italia potrebbe raddoppiare. Questo incremento, spiegano gli addetti ai lavori, è dovuto solo in parte all’invecchiamento progressivo della popolazione; il problema principale è che i determinanti causali della malattia restano in gran parte ignoti, impedendo la messa a punto di strategie di prevenzione primaria efficaci su larga scala. In questo scenario di incertezza, la diagnosi tempestiva diventa l’unica arma per rallentare la degenerazione. Proprio per questo, l’Istituto Superiore di Sanità ha annunciato l’avvio di una survey nazionale per raccogliere i bisogni clinici dei pazienti e ha messo mano all’aggiornamento delle linee guida su diagnosi e trattamento, ferme ormai da oltre un decennio (risalgono infatti al 2013).

Il valore della prevenzione tra stili di vita e tossici ambientali

Se la cura risolutiva è ancora lontana, la ricerca si concentra su ciò che si può fare per abbassare il rischio individuale. Il decalogo della Fondazione Limpe dedica una sezione specifica ai comportamenti protettivi. In cima alla lista c’è l’attività fisica regolare: il movimento non serve solo a mantenere il tono muscolare, ma sembra esercitare un’azione neuroprotettiva diretta sul cervello. A questa si affianca l’alimentazione equilibrata (con un occhio di riguardo alla dieta mediterranea) e la regolarità del sonno, fondamentale per i processi di riparazione neuronale. Un capitolo a parte riguarda l’esposizione ambientale: gli studi suggeriscono da tempo che il contatto prolungato con pesticidi, solventi e altre sostanze tossiche rappresenti un fattore di rischio significativo, anche se la comunità scientifica non ha ancora chiarito il meccanismo esatto di questa correlazione. Evitare queste sostanze, laddove possibile, è quindi l’unica raccomandazione preventiva concretamente applicabile.

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