Sanzioni Ue a Israele, l'Italia si oppone insieme alla Germania

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le cosiddette sanzioni che la Commissione europea ha finalmente adottato contro Israele, dopo mesi di incertezze e di accuse di complicità, vengono universalmente giudicate, persino nei corridoi di Bruxelles, come misure all’acqua di rose. La notizia, invero, non risiede nel merito – che appare fin troppo blando – bensì nel suo valore politico, rappresentando un primo, timido passo dopo due anni di conflitto nella Striscia di Gaza. Un passo che, tuttavia, rischia di restare puramente simbolico, poiché le due misure potenzialmente più incisive, quelle sul piano commerciale e della collaborazione in materia di ricerca scientifica, potrebbero non essere mai applicate.

La posizione dell’Italia, in questo scenario, è chiara e si allinea a quella della Germania, la quale – è bene ricordarlo – detiene di fatto un potere di veto in seno al Consiglio Ue, potendo bloccare l’adozione dei dazi. Roma si è espressa in maniera contraria all’intero pacchetto, una scelta dettata da calcoli ben precisi. Da un lato, c’è la paura delle ritorsioni da parte dell’amministrazione di Donald Trump, che ha riaffermato il suo incondizionato appoggio a Israele. Dall’altro, pesano gli ingenti interessi nazionali in gioco: il nostro paese importa tecnologia militare e sistemi di sicurezza da Tel Aviv, arrivando persino ad appaltare al governo Netanyahu la cybersecurity nazionale.

Secondo l’analisi di Pasquale De Sena, ordinario di Diritto internazionale all’Università di Palermo, queste misure sono “inefficaci e tardive”, poco più di “un modo per tentare di pulirsi la coscienza”. Il giurista sottolinea come, ormai, “sembra che la guerra sia iniziata a giugno 2025”, evidenziando così un ritardo difficilmente colmabile. Il pacchetto prevede sì il congelamento di alcuni fondi, dazi su merci specifiche e restrizioni per due ministri del governo israeliano, ma i suoi effetti pratici saranno marginali.

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