Clan dei Casalesi in Veneto, 24 condanne definitive: boss ricercato
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Redazione Interno
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La Corte di Cassazione ha confermato 24 condanne per le infiltrazioni del clan dei Casalesi in Veneto, facendo scattare l'esecuzione dei provvedimenti restrittivi nei confronti delle persone coinvolte nell'inchiesta. L'operazione, coordinata dalla Procura generale della Repubblica di Venezia, è stata condotta congiuntamente da Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza in sette province italiane. Le pene definitive arrivano fino a 30 anni di reclusione per reati legati alla criminalità organizzata di stampo mafioso.
Le infiltrazioni mafiose a Eraclea e i reati accertati
Al centro della vicenda giudiziaria c'è un'organizzazione criminale radicata nel Veneto orientale, con una presenza particolarmente significativa a Eraclea, nel Veneziano. Le indagini hanno documentato l'inserimento del sodalizio nel tessuto imprenditoriale locale e nelle dinamiche politico-amministrative del territorio. Un sistema che aveva esteso la propria influenza oltre le attività strettamente illegali, raggiungendo settori economici nei quali gli investigatori hanno individuato forme di controllo esercitate anche attraverso intimidazioni e violenza.
Le responsabilità penali riconosciute riguardano, a vario titolo, associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Sono stati contestati anche altri gravi delitti aggravati dall'agevolazione o dall'impiego del metodo mafioso. Le condanne, comprese tra tre e trent'anni, erano state pronunciate dalla Corte d'Appello lagunare nel giugno 2025, al termine del giudizio di secondo grado. Gli imputati avevano successivamente presentato ricorso ai giudici di legittimità.
La Suprema Corte ha ritenuto solida la ricostruzione giudiziaria relativa all'esistenza e all'operatività dell'organizzazione. Il procedimento ordinario riguardava complessivamente 27 imputati, ma non tutte le posizioni hanno avuto lo stesso esito. Per tre persone è stato disposto il rinvio a un'altra sezione della Corte d'Appello: in due casi per riesaminare il materiale probatorio, nel terzo esclusivamente per rivalutare il trattamento sanzionatorio. Tra gli ordini di esecuzione emessi dopo la pronuncia definitiva, due risultano sospesi.
Dagli arresti in Friuli nel 2008 al controllo delle attività economiche
L'origine dell'inchiesta risale al 2008, quando l'allora Nucleo di Polizia tributaria di Trieste arrestò in provincia di Udine due persone di origine napoletana trovate in possesso di banconote false. Uno degli arrestati manifestò l'intenzione di fornire informazioni su un'organizzazione criminale attiva nella parte orientale della regione confinante. Da quell'episodio presero avvio accertamenti sempre più articolati, successivamente sviluppati attraverso le indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia veneziana.
Gli approfondimenti investigativi ricostruirono le strategie utilizzate dal gruppo per acquisire direttamente o indirettamente la gestione e il controllo di attività economiche. Tra i comparti interessati figuravano soprattutto l'edilizia e la ristorazione, nei quali il ricorso a minacce e violenza permetteva di condizionare operatori e imprese. Il sistema comprendeva anche l'imposizione di un aggio ad altri gruppi criminali attivi nelle zone limitrofe e coinvolti nel traffico di stupefacenti o nello sfruttamento della prostituzione.
Una parte delle attività illecite era inoltre destinata a sostenere finanziariamente l'organizzazione camorristica di riferimento. Il legame con il gruppo originario non si limitava quindi alla provenienza dei suoi appartenenti, ma comprendeva rapporti economici e modalità operative attraverso le quali veniva esercitata l'influenza mafiosa. L'inchiesta ha così ricostruito un sistema capace di combinare interessi imprenditoriali, pressione intimidatoria e collegamenti con altri sodalizi dediti ad attività criminali.
Le operazioni in sette province e la ricerca di Luciano Donadio
Il dispositivo predisposto per eseguire le decisioni giudiziarie ha coinvolto oltre cento appartenenti alle forze dell'ordine, impegnati contemporaneamente nelle province di Venezia, Caserta, Cosenza, Napoli, Potenza, Rovigo e Padova. Le attività principali sono state affidate alla Squadra mobile della Questura veneziana, al Nucleo investigativo provinciale dell'Arma e al Gruppo investigazione criminalità organizzata della Guardia di Finanza di Trieste. Quest'ultimo ha curato direttamente otto delle misure di esecuzione della pena.
Al dispositivo hanno collaborato anche la sezione investigativa dello SCO, le Squadre mobili di Caserta e Potenza, i reparti territoriali dei Carabinieri operanti nelle province campane e calabresi interessate e i Comandi della Guardia di Finanza competenti per ulteriori interventi. La distribuzione geografica delle operazioni ha richiesto il coordinamento tra uffici investigativi di diverse regioni, con l'obiettivo di dare esecuzione alle disposizioni dell'autorità giudiziaria.
Tra le persone interessate dalla sentenza figura Luciano Donadio, indicato dagli investigatori come capo dell'organizzazione mafiosa attiva nel comprensorio di Eraclea. Per lui è stata confermata una condanna a trent'anni di reclusione. Secondo quanto riferito dalla Tgr Veneto l'8 ottobre 2026, Donadio non è stato trovato durante le operazioni e risulta irreperibile. Le forze dell'ordine lo stanno ricercando.
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