Casalesi in Veneto, il boss Luciano Donadio è in fuga dopo la condanna
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Redazione Interno
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Luciano Donadio, considerato il capo del clan dei Casalesi operante in Veneto, è in fuga dopo la condanna definitiva a 30 anni di carcere. Quando il 7 ottobre le forze dell'ordine si sono presentate nella sua abitazione per eseguire l'ordine di carcerazione, il sessantenne non è stato trovato. La sua irreperibilità è emersa durante la vasta operazione scattata in seguito alla sentenza della Corte di Cassazione, che ha confermato l'esistenza di un'organizzazione mafiosa radicata a Eraclea, nel Veneziano.
Dalla scarcerazione del 2023 alla sentenza definitiva
Il boss era tornato in libertà nel febbraio del 2023, quando aveva lasciato il carcere di Vicenza per la scadenza dei termini della custodia cautelare. Il suo ritorno a Eraclea era stato accompagnato da un'accoglienza notturna organizzata da parenti e amici, con tanto di fuochi d'artificio. Da quel momento aveva affrontato da uomo libero le successive fasi della vicenda giudiziaria. La situazione è cambiata martedì 6 ottobre, quando la quinta sezione della Suprema Corte ha reso esecutiva la pena stabilita nei suoi confronti. Fino alla tarda serata successiva, tuttavia, il condannato non risultava essersi presentato spontaneamente in alcun istituto penitenziario.
Il procedimento aveva già portato nel giugno 2025 a una sentenza della Corte d'Appello di Venezia, che aveva aggravato diverse pene rispetto al primo grado. Per Donadio la reclusione era passata da 26 anni alla durata poi confermata dai giudici di legittimità. Il suo braccio destro Raffaele Buonanno ha ricevuto una pena definitiva di 29 anni e sei mesi, mentre Antonio Pacifico è stato condannato a 17 anni e undici mesi. A differenza del capo dell'organizzazione, quasi tutti gli altri destinatari dei provvedimenti si sono consegnati alle autorità. Buonanno è entrato nel carcere di Melfi, in provincia di Potenza, mentre Adriano Donadio, figlio del boss, si trova a Padova.
Ventiquattro provvedimenti e infiltrazioni nell'economia locale
Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza hanno operato contemporaneamente nelle province di Venezia, Caserta, Cosenza, Napoli, Potenza, Rovigo e Padova, impiegando oltre cento investigatori. La Procura generale veneziana ha emesso 24 provvedimenti restrittivi, due dei quali sospesi. Le condanne riguardano altrettante posizioni processuali sulle 27 esaminate nel procedimento ordinario e comprendono, a vario titolo, associazione mafiosa, usura, estorsione, riciclaggio, trasferimento fraudolento di valori ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Le pene previste vanno da tre anni fino alla massima sanzione inflitta al vertice del gruppo.
Le indagini hanno ricostruito un sistema criminale capace di condizionare per quasi vent'anni il tessuto economico del Veneto orientale, utilizzando minacce, violenza e intimidazioni per ottenere il controllo diretto o indiretto di attività imprenditoriali. I settori maggiormente interessati erano l'edilizia e la ristorazione, ma gli accertamenti hanno documentato anche interferenze nelle dinamiche politico-amministrative del territorio. L'organizzazione imponeva inoltre il pagamento di somme ad altri gruppi criminali attivi nel narcotraffico e nello sfruttamento della prostituzione. Parte delle risorse raccolte contribuiva al sostegno finanziario della struttura camorristica di riferimento.
Le indagini partite dal Friuli e i nuovi passaggi giudiziari
Una delle origini dell'inchiesta risale al 2008, quando il Nucleo di polizia tributaria di Trieste arrestò in provincia di Udine due persone di origine napoletana trovate in possesso di banconote false. Uno degli arrestati manifestò la volontà di fornire indicazioni su un'organizzazione criminale attiva nell'area orientale della regione veneta. Quelle dichiarazioni contribuirono ad avviare gli approfondimenti investigativi coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia. Il lavoro degli inquirenti sfociò nel maxi-blitz del 19 febbraio 2019, seguito da un lungo percorso processuale che ha accertato la presenza di una struttura legata alla camorra campana.
Non tutte le posizioni giudiziarie hanno avuto lo stesso esito. Per tre imputati la Cassazione ha disposto il rinvio a un'altra sezione della Corte d'Appello: in due casi per una nuova valutazione delle prove e nel terzo esclusivamente per il trattamento sanzionatorio. Tra le decisioni annullate figurano quelle riguardanti due direttori di banca. Nel precedente giudizio era stata inoltre confermata l'assoluzione dell'ex sindaco di Eraclea, Mirco Mestre. Le differenti pronunce distinguono le responsabilità definitivamente accertate dalle posizioni sulle quali i giudici dovranno pronunciarsi nuovamente.
Sul fronte della difesa, l'avvocato Dario Vannetiello ha contestato alcuni aspetti del procedimento, denunciando una presunta violazione del diritto di difesa. Secondo il legale, al suo assistito sarebbe stata negata la possibilità di ascoltare personalmente, negli uffici della Procura, le numerose intercettazioni raccolte durante le indagini. Il difensore ha richiamato una questione analoga pendente davanti alla Corte costituzionale, valutando la possibilità di promuovere una richiesta di revisione del processo. Tra le iniziative giuridiche considerate figura anche un ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo.
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