Luce e gas, una stangata da 116 milioni per le piccole fabbriche calabresi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Il futuro dell’impresa in Italia, che pure si conferma la seconda potenza manifatturiera d’Europa, si muove su un terreno sempre più insidioso, simile a dune che franano sotto i piedi. Nello scacchiere produttivo nazionale, infatti, la forza motrice proviene in larga parte dalle micro e piccole realtà, le quali rappresentano quasi un milione e 853 mila addetti, ovvero il 20,9% del totale continentale. Proprio a queste realtà, il cui tessuto è vitale per i distretti, le officine e le botteghe artigiane, si è spalancata di recente una pericolosa crepa destinata a trasformarsi in macigno: un aggravio complessivo di 116 milioni di euro sulle bollette di luce e gas per le piccole imprese manifatturiere calabresi, cifra che fotografa una vulnerabilità divenuta ormai strutturale.
Il paradosso di un sistema energetico sempre più costoso
La situazione del 2025, con rincari che continuano a rappresentare una delle voci più dolorose nei bilanci, non è affatto un fenomeno passeggero. Essa è piuttosto il frutto di una complessa interazione di fattori, a partire da una storica dipendenza dall’importazione di gas naturale – essenziale per riscaldamento e produzione elettrica – che colloca il Paese in una posizione d’estrema sensibilità verso le dinamiche dei mercati internazionali. Se ne vedono gli effetti, poiché le famiglie italiane spendono in media il 5% in più della media dell’eurozona e addirittura il 26% in più rispetto a quelle spagnole; per le piccole e medie imprese il divario è ancor più marcato, arrivando a un +57% rispetto alle omologhe iberiche. Un dettaglio, questo, che di fatto “frega” il sistema produttivo, minandone la competitività in assenza di una strategia chiara e di lungo periodo.
L’allarme di un esperto: soldi spesi, ma costi alle stelle
A lanciare un monito netto sul tema è stato l’esperto Alberto Clò, il quale ha sottolineato come, nonostante gli oltre 200 miliardi di euro spesi per lo sviluppo delle fonti rinnovabili, l’Italia continui a registrare tra i costi energetici più elevati d’Europa. Il 2026, del resto, si profila come un anno cruciale: se da un lato l’offerta globale di gas e petrolio potrebbe mantenere bassi i listini di mercato, dall’altro le nuove misure comunitarie – come l’Emission Trading Scheme 2 – rischiano di gravare ulteriormente su nuclei familiari e attività economiche. Un paradosso che evidenzia una mancanza di visione, lasciando il settore in balìa di forze esterne senza un piano organico di protezione e sviluppo.
La necessità di un intervento normativo incisivo
Di fronte a questo scenario, la discussione si sposta inevitabilmente sulla necessità di riformare la normativa che regola il mercato dell’energia, al fine di scollegare almeno in parte il prezzo dell’elettricità da quello del gas e di rendere più stabili e trasparenti le componenti di tariffa. L’obiettivo, spesso evocato ma di difficile realizzazione, è quello di attenuare la pressione che grava sui consumatori e, in particolare, su quel tessuto di piccole imprese che costituisce la spina dorsale del made in Italy. Senza un intervento deciso, che vada oltre i provvedimenti tampone, il rischio è di vedere erosa la stessa capacità produttiva nazionale, a partire proprio dalle regioni più fragili, dove un aggravio di milioni di euro può tradursi in chiusure o drastiche riduzioni dell’attività.




