Burkina Faso, rottura con la Francia e addio alla Corte Penale Internazionale: il Sahel delle giunte volta pagina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il governo militare del Burkina Faso ha ufficialmente interrotto le relazioni diplomatiche con la Francia, con effetto immediato dal 26 giugno, segnando l'ennesima, decisa sterzata nella politica estera del paese e dell'intera regione del Sahel. La decisione, annunciata in un comunicato letto in televisione, arriva al culmine di un deterioramento dei rapporti con l'ex potenza coloniale che perdurava ormai da tempo e che si era acutizzato dopo l'ascesa al potere del capitano Ibrahim Traoré, alla guida della giunta dal settembre 2022.

Le autorità di Ouagadougou hanno giustificato l'iniziativa con un'accusa pesante nei confronti di Parigi, che sarebbe stata ritenuta responsabile di "ambizioni neocoloniali" e di un sostegno attivo a "reti sovversive e terroristiche", elementi che, a loro dire, renderebbero impossibile la prosecuzione di un rapporto basato sul rispetto reciproco e sulla non ingerenza.

La rottura con la Francia, sebbene epocale sul piano simbolico, non è che l'ultimo tassello di un mosaico di iniziative con cui il Burkina Faso e i paesi vicini, anch'essi guidati da giunte militari, stanno ridefinendo la loro posizione sulla scena internazionale, allontanandosi dai tradizionali partner occidentali. Solo pochi giorni prima, tra il 18 e il 24 giugno, il Burkina Faso, insieme a Mali e Niger, aveva formalizzato la sua uscita dalla Corte Penale Internazionale (CPI), depositando presso le Nazioni Unite la notifica di recesso dallo Statuto di Roma.

Una scelta che i tre paesi, riuniti nell'alleanza dell'Associazione degli Stati del Sahel (AES), avevano già annunciato nel settembre 2025, accusando l'istituzione dell'Aia di essere uno "strumento di repressione neocoloniale" e di operare con criteri politici e selettivi, lontani dalla giustizia equa per tutti.

L'addio all'Aia e la chiusura dell'ufficio Onu: la frattura con l'Occidente

La decisione di abbandonare la Corte Penale Internazionale ha suscitato forti critiche da parte delle organizzazioni per i diritti umani, che hanno parlato di una vera e propria "ritirata precipitosa" dagli obblighi di giustizia internazionale. Amnesty International, in particolare, ha espresso profonda preoccupazione per le conseguenze di questa scelta, che rischia di "negare a migliaia di vittime la possibilità di verità, giustizia e riparazione" in un contesto, come quello del Sahel, già segnato da anni di conflitti e violenze.

Anche Human Rights Watch (HRW) ha condannato il passo indietro, definendolo un "tradimento" verso le vittime di potenziali crimini di guerra, e ha sollecitato l'Unione Africana e gli stati membri della CPI a fare pressione per un'inversione di rotta. Nonostante il recesso, come ha ricordato la stessa CPI, i tre paesi restano comunque vincolati agli obblighi assunti durante la loro adesione, e il tribunale mantiene la giurisdizione sui crimini commessi prima del recesso, che avrà effetto solo tra un anno.

A queste mosse si è aggiunta, il 30 giugno, un'ulteriore frattura con le istituzioni internazionali, con l'annuncio da parte dell'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani della chiusura della propria sede operativa in Burkina Faso. Il provvedimento, che diventerà effettivo entro il 30 novembre, fa seguito alla sospensione delle attività dell'ufficio da parte delle autorità di Ouagadougou, avvenuta tre mesi prima dopo che l'organismo aveva sollecitato il governo a tutelare lo spazio civico.

Il ministro degli Esteri burkinabè, Karamoko Jean Marie Traoré, aveva accusato le organizzazioni internazionali di comportarsi come una "super polizia", violando la sovranità nazionale. L'Alto Commissario Volker Türk, annunciando la decisione, ha espresso rammarico per la sospensione, sottolineando come l'intenso impegno diplomatico profuso non sia riuscito a risolvere la situazione, rendendo inevitabile la chiusura della presenza nel paese.

L'ufficio, istituito nell'ottobre 2021, si occupava di monitorare la situazione dei diritti umani in un paese dove, secondo Human Rights Watch, le restrizioni allo spazio politico e civile sono state severe dopo il golpe del 2022, con sospensioni di media, sindacati e organizzazioni della società civile.

La strategia della giunta: "sovranità" a tutti i costi

La sequenza di questi eventi, che si è consumata in poco più di una settimana, delinea una strategia politica coerente da parte della giunta militare del Burkina Faso e dei suoi alleati del Sahel. La scelta di recidere i legami con la Francia, l'addio alla CPI e la rottura con l'ufficio ONU per i diritti umani rappresentano altrettanti passi di un percorso di affermazione della "sovranità" nazionale, che passa attraverso il rifiuto di ciò che viene percepito come un condizionamento esterno.

Le autorità di Ouagadougou hanno voluto sottolineare che la rottura con la Francia è di natura esclusivamente istituzionale e che i legami "storici, umani, culturali e sociali" tra i due popoli rimangono intatti, cercando di circoscrivere la portata della decisione. Tuttavia, il messaggio politico è inequivocabile: il Burkina Faso intende perseguire una politica estera indipendente, basata sulla diversificazione dei partner e sul rafforzamento della cooperazione Sud-Sud, come dichiarato nelle note ufficiali.

Nonostante l'ampiezza delle critiche, è giocoforza considerare che l'impatto pratico di alcune di queste decisioni potrebbe essere meno dirompente di quanto sembri. Per quanto riguarda la CPI, l'uscita dei tre paesi potrebbe rivelarsi più un gesto simbolico che una reale sottrazione alla giurisdizione, dato che il tribunale può ancora procedere per i crimini commessi fino alla data effettiva del recesso e che, come osservato da esperti, la situazione legale non cambierebbe radicalmente.

Parimenti, il governo burkinabè ha ribadito l'impegno a garantire la protezione dei cittadini francesi presenti sul suo territorio, a dimostrazione che, nonostante la tensione, si cerca di gestire la rottura senza creare un vuoto di potere inaccettabile.

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